Io e Gabriele

Posted on settembre 27, 2016 12:02 am

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Quando Gabriele partì la prima volta, la mia paura era quella di dimenticare il suo viso, le sue mani, la maniera che aveva di prendermi o di accarezzarmi. Di dimenticare com’era accarezzare con una mano i suoi ricci mentre la sua testa si muoveva delicatamente tra le mie gambe. Di scordare il suo sorriso. Quel suo intercalare un po’ saccente da bocconiano: actually. 

A cinque anni di distanza, ci eravamo ritrovati di nuovo in una relazione a tempo determinato. Ma stavolta, rispetto alla volta precedente, ero diversa io ed era diverso lui – era diverso ciò che stavamo vivendo. Senza dubbio, non provavo più niente per lui, né lui per me. Ci appellavamo alla nostra appassionata primavera di tanti anni prima, restava quel senso di familiarità in nome del quale ci saremmo sempre stati l’uno per l’altra – anche senza sentirci per anni, sarebbe rimasto un filo sottile a legarci, a ricordarci i nostri anni migliori, in cui eravamo più puri e sinceri e l’entusiasmo ci divorava.

Nel momento stesso in cui ci eravamo ritrovati, il continuare a vederci ci era poi sembrato ineluttabile ed inerziale.

Nei giorni in cui lui era a Londra, io mi dedicavo ad altre frequentazioni, pensavo al mio Principe, la domenica mi sfinivo con il trekking. Non so cosa facesse lui in quei giorni, esattamente. Quando tornava da me, mi raccontava aneddoti sulle sue donne passate ed io immaginavo che lui ne parlasse al passato solo per puro pudore o cortesia o per quel vezzo che hanno gli uomini di illuderti che non ci siano altre donne oltre a te; eppure, ero certa che si trattasse del presente e che anche lui come me navigasse a vista in attesa di ritrovare dei sentimenti che non aveva più ma che romanticamente avrebbe voluto provare ancora. Mi raccontava dei venerdì sera in cui usciva dall’ufficio, lì nella City, e delle ragazze dei sobborghi che popolavano i pub, vestite in maniera provocante nella speranza di incontrare un banker che magari un giorno le avrebbe sposate. Io gli ricordavo che lo avevo voluto quando era uno studente con i jeans sdruciti e pochi soldi in tasca e che lo avrei sempre desiderato al di là della posizione sociale che ora ricopriva o di quanto guadagnava o dello stile di vita che conduceva. Era vero solo in parte, nel senso che ora lo volevo di meno di allora, come ho spiegato prima – ma le nostre parole appartenevano a quell’illusione di ritrovare una felicità perduta e di tornare ad essere le persone migliori che in passato eravamo state; quelle parole facevano parte del gioco, un gioco a cui non volevamo rinunciare, perché pur nella sua irrealtà ci dava speranza e la speranza è la cosa migliore che si possa possedere. Pur coscienti dell’inverosimiglianza della nostra situazione, fingevamo che nulla fosse cambiato per noi se non in meglio, pur con quei cinque anni precedenti che incombevano sulle nostre teste.

Tuttavia, tolti i giorni insieme, la mia vita – e suppongo anche la sua – procedeva sempre uguale e frenetica e dopata di adrenalina.

 

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