Sfiorivano le viole

Posted on settembre 8, 2016 9:37 am

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Ancora penso alle mie donne, quelle passate, e le presenti le ricordo appena.

Il mio piccolino – che ormai piccolino più non è – mi guarda con la sua espressione furba, la stessa di cinque anni fa, prima che le circostanze ci fossero avverse e ancora ci perdevamo l’uno nell’altra. – Volevo chiederti scusa per la mia stupidità di allora, dice lui.

Che cosa ricordo del nostro primo finale? Un mese di convivenza. Mi aveva contattata un anno dopo la sua partenza, come se fosse assolutamente normale che io ci sarei ancora stata; come se sapesse che sarei rimasta ad aspettarlo per tutto quel tempo. In effetti, non ero riuscita a fare un solo passo in avanti da quando era andato via; restavo a crogiolarmi nel ricordo dei suoi occhi dorati e di quella nostra primavera di un anno prima, carica di passione, risate e battiti accelerati. – Torno a Milano per finire la tesi. Così la settimana dopo me l’ero trovato sotto casa coi suoi jeans sgualciti, i ricci ribelli e il solito sorriso gentile. E gli avevo detto di restare da me, se ne avesse avuto piacere, anche solo da amici.

Oggi del mio piccolino resta poco. Siamo seduti in un bar del centro e indossa un completo blu e la cravatta, ha tagliato i suoi ricci tra cui amavo passare voluttuosamente le mie dita e qualche capello bianco si intravede qua e là, ha il viso stanco ma sempre lo stesso sorriso aperto e luminoso. E mi ritrovo davanti un uomo, bello e desiderabile.

Quando, durante quel bizzarro mese di tanti anni fa, venne a stare da me, la prima notte dividemmo il letto ma senza sfiorarci; d’altronde si era parlato di amicizia e lui sarebbe rimasto per poche settimane soltanto. Eppure mi svegliai in un punto imprecisato della notte mentre la sua testa era tra le mie gambe e la sua lingua si muoveva leggera tra le mie pieghe; di certo mi sentì venire, un orgasmo accompagnato da un roco mugolio. Si allontanò da me, pur rimanendo nel letto, e si addormentò poco dopo, senza più toccarmi né abbracciarmi.
Seguirono dei giorni strani, continuando a dividere lo stesso letto pur senza scopare; io che uscivo la mattina presto e tornavo la sera e ci ritrovavamo a cena, parlando del più e del meno – come se ci conoscessimo a malapena.

Io e Gabriele siamo ancora in quel bar; io che sorseggio un tè freddo e lui che aspetta una mia reazione. Dico: – Le circostanze erano contro di noi, lo saranno sempre… cos’altro potevamo fare se non prendere ciò che abbiamo potuto e finché abbiamo potuto?
Gabriele allunga una mano e la mette sulla mia.

Una sera dopocena ogni rancore – fino a quel momento tenuto a bada – esplose, improvviso e rabbioso. Le donne che c’erano state dopo di me – tante storie di una notte – e il fatto che non mi desiderasse più. Era tornato da me in memoria di un ricordo ma si era accorto che ero troppo vecchia per lui e che non mi voleva più. Mi aveva leccata quella prima sera per un senso di colpa, quasi a chiedermi scusa per avermi messa da parte.
Io allora urlai e piansi e lo incolpai – ma di cosa poi? Di essere andato avanti da solo? Di avermi illusa tornando da me pur senza volermi più?

Ora, a quattro anni di distanza, mentre la sua mano bruna è sulla mia e ci guardiamo e ci sorridiamo e non diciamo una parola, il tempo si è cristallizzato in un attimo perfetto e tutto il male sembra perdonato o addirittura mai accaduto. Dimentico il dolore che provai allora e di tutte quelle donne che lui aveva sovrapposto a me; penso soltanto a ciò che di bello abbiamo avuto.
– I ricordi, quelli non ce li potrà mai togliere nessuno – dico piano.

– Lo so – sussurra lui e poi sorride ancora continuando a tenermi la mano.

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