Le lunghe distanze e il passo del gambero

Posted on marzo 31, 2011 10:51 am

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Ora gli dico: Mi sei mancato.

Sì, glielo dico. E lui mi risponderà: Anche tu mi sei mancata. E poi, riprenderemo a vederci, sorrideremo l’uno all’altra in silenzio. Silenzi carichi di aspettative e promesse e paure. Treni che si sovrappongono in giorni indifferenti e tabelloni orari con il rumore vorticoso di ritardi e attese. Ci abbracceremmo sulle banchine grigie e luride, con il vento a tagliarci le mani nude e la faccia indifesa.

Lui mi prenderebbe le mani al tavolino di un bar e saremmo due nomadi in due città distanti. Le nostre città ci accoglierebbero inospitali, come la prima volta. Ma, la prima volta, non ce n’eravamo accorti: la consapevolezza di ciò che avremmo potuto diventare distorceva ogni contraddizione. Tutte le città sono inospitali. Le nostre soprattutto. Fredde in inverno e soffocanti in estate. Dormitori di lavoratori spossati; io e i miei a testa bassa, lui e i suoi a testa alta. Le nostre città avrebbero ucciso il nostro romanticismo e avrebbero camminato impercettibili passi all’indietro allontanando irrimediabilmente le nostre dita protese.

Sono scappata e odoravo di vigliaccheria. E, ora, lui mi chiede come sto. E io, senza rinunciare alla mia codardia, nonostante il bagno caldo di buoni propositi, penso Mi sei mancato e, tuttavia, rispondo Sto bene, e tu?

Non voglio che torni. Non vorrei bissare il fallimento – non che io e lui siamo stati mai qualcosa, a parte le parole. E, nonostante ciò, è come se avesse lasciato un posto vuoto in quello spazio senza nome tra il mio stomaco e il mio cuore; come un cuscino su cui qualcuno si è accomodato lasciandovi un solco e che nessuno poi ha avuto cura di sprimacciare. Vorrei ridere con lui e coinvolgerlo ancora nei dettagli inutili, riascoltare le sue argomentazioni disarmanti e afferrare tutti quei baci che avrebbe voluto darmi ma non ne ha avuto mai il coraggio.

Vorrei riaverlo e al contempo no.

Se andasse male, non credo che riuscirei ancora a rialzarmi dalla pozzanghera del nulla.

Vorrei riassumere questo finale fittizio, per dargli un senso. Ma mi viene in mente un solo vocabolo e parla unicamente di me: paura.

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