Dizionario delle notti smarrite (dalla R alla V)

Posted on marzo 15, 2011 7:33 pm

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ritorno
[ri-tór-no]
s.m.

1 Azione e risultato del ritornare: com’è stato il r. a casa?; ti auguro un felice r.; il mio r. la riempì di gioia; il r. del caldo estivo; il r. delle forze dopo la malattia
2 fig. Il tornare della mente al passato, al ricordo di qualcosa: una serata che è stata un ritorno alla giovinezza
3 fig. Ripresa di un’attività che era stata sospesa: il r. in servizio del direttore
4 fig., region. Restituzione: il r. dei libri avuti in prestito
5 BANC Conto di ritorno, distinta che riporta le somme di cui chi ha provveduto al pagamento di una cambiale caduta in protesto può chiedere il rimborso agli obbligati precedenti
6 BUR Ricevuta di ritorno, tagliando che va rispedito al mittente per comprovare l’avvenuto recapito di una lettera o di un pacco al destinatario
7 FINANZ Rendimento di un investimento: fondo obbligazionario con discreti ritorni

Subito, ci siamo tenuti stretti. Le nostre braccia avvinghiavano l’altro con disperato vigore. Così, saremmo diventati un’unica persona, per non doverci lasciare ancora. Il ritorno è sempre la parte migliore. Nel ritorno, abbiamo dimenticato il dolore e la frustrazione e la noia, fedeli compagni dei nostri giorni insieme. Nel ritorno, il passato era perfetto e il rimpianto ci soffocava. In mezzo, giorni e altri giorni, allineati come soldatini, in cui ho vissuto, sofferto e goduto e tu non c’eri. Non so cosa sia stato tu in quei giorni, cosa abbia colmato i tuoi vuoti, se la disperazione t’abbia mai accarezzato lasciva.  Ma per me, perderti è stato come tornare viva. E nuova. Allora, le inibizioni e i rimorsi e la coscienza se n’erano andate insieme a te. E il ritorno, adesso, è un’inutile gelida serata tra tante – e innumerevoli giorni in riga, sgocciolati dopo un addio asciutto – in cui ti soffermi a stringere la ragazza che hai amato, senza accorgerti che non sono più io. Quella ragazza s’è persa nelle pieghe dell’inquietudine e tu ti ritrovi, inconsapevole, un’estranea tra le braccia.

sabotare
[sa-bo-tà-re]
(sàboto)
v. tr.

1 Danneggiare intenzionalmente il normale svolgimento di un’attività, spec. guastando o distruggendo gli strumenti e i prodotti di lavoro, come mezzo di lotta economica e sindacale: s. la produzione della fabbrica
2 fig. Frapporre ostacoli, intralciare il normale svolgimento di un’attività, l’attuazione di un disegno e sim.: s. un progetto; s. l’elezione del nuovo presidente

Ti osservavo in silenzio da dietro gli angoli, guardandoti ballare disarticolata e persa nelle tue illusioni alcoliche. Restavo lì impalato, lo sguardo torvo e le dita nervose a tamburellare sul bicchiere. La musica sempre troppo alta a boicottare la tua sensatezza e ad alimentare la mia frustrazione.  Soppesavo l’idea di sabotare quelle notti in cui non ero tra i tuoi pensieri. Ero lì, a poca distanza da te, eppure, per te, era come se non ci fossi. Poi, sarà stata colpa dell’alcol – è sempre colpa dell’alcol – mi son deciso a sabotarti: ti sarei andato vicinissimo e t’avrei baciata con tutta la passione e la rabbia e la frustrazione che avevo dentro. Volevo che tutti quegli uomini, con i loro sguardi lascivi, capissero che tu eri mia, che io conoscevo l’oscurità del tuo animo e che nessun altro t’avrebbe mai capita come ti capivo io.  Allora, ho messo il bicchiere tra le mani di qualcuno – qualcuno che ha protestato e che ho fatto finta di non sentire – e mi sono diretto verso di te. Poi, a metà strada, mi sono fermato: mi sentivo sciocco e disperato e perso. Perciò, sono andato a prendere un altro bicchiere e, con il bicchiere pieno tra le dita, sono tornato nel mio angolo. Ho ripreso a guardarti silenzioso, ponderando ancora il tuo sabotaggio e detestandomi per la mia viltà.

tacere
[ta-cé-re]

A v. intr. (aus. avere)

1 Stare zitto: davanti all’accaduto non seppe fare altro che t.2 Cessare di parlare, fare silenzio: dopo l’ennesima predica, finalmente tacque; non vi sopporto più, tacete!
3 Non rivelare nulla, omettere di riferire notizie: il complice era stato costretto a t.; su quell’avvenimento la stampa ha taciuto
4 estens. Non palesare; mantenere la riservatezza: con lui puoi confidarti, sa t.
5 fig. Cessare di produrre rumore, essere silenzioso: le armi tacciono; i mandolini tacevano; fate t. quel confusionario
6 fig. Cessare, smettere, spegnersi: far t.la fame; far t. la protesta prima che si espanda

Non siamo mai stati di molte parole, io e te. La passione ci ha colto impreparati. Le nostre parole erano seppellite da sospiri e sussurri. L’improvvisazione di battiti accelerati sostituiva il suono delle nostre voci. E poi, alla fine di tutto – e sembrava la fine del mondo – restavamo avvinghiati, tacendo qualsiasi emozione. Tu mi scrutavi, come se mi vedessi per la prima volta. E io evitavo il tuo sguardo e mi concentravo sulle ciocche umide dei tuoi capelli, ponderavo la loro consistenza tra le mie dita. C’erano tante cose che avrei voluto dirti e nessuna che potevo rivelarti. Non potevo far altro che tacere. E, di sicuro, evitare di guardarti negli occhi: altrimenti, quelle cose che avevo da dirti, le avresti comprese tutte in un solo istante.

ultimo
[ùl-ti-mo]

A agg.
1 Che in una serie di persone o di cose non è seguito da altre persone o cose; che segna l’estremo, la fine di una serie, di una classificazione e sim.: l’u. soldato della fila; l’u. candidato sarà esaminato nel pomeriggio; questo è il mio u. figlio; comincia l’u. atto della commedia; l’ultima pagina del libro è strappata; l’u. giorno del mese; l’u. mese dell’anno; si è classificata ultima nella gara; arrivi sempre per u.; parlò per ultima la direttrice
2 Che viene dopo tutti gli altri nel tempo: vorrei farti un’ultima domanda; l’ha voluto salutare per l’ultima volta che lo vidi
Non ho fatto altro che giustificare la mia voracità. Questo è l’ultimo ballo, l’ultimo pasticcino, l’ultimo bacio, l’ultima volta che ti lascerò dire Tu non sarai mai abbastanza per me. Ho giustificato la mia incapacità di smettere qualsiasi debolezza, concedendomi all’infinito un’ultima occasione di commiato. Quella volta – ogni volta – sarebbe stata l’ultima notte, l’ultima tentazione, l’ultimo errore, l’ultima ingenuità, l’ultima volta in cui avrei mentito a me stessa. Un’ultima indulgenza che non sarebbe mai stata tale.

vertigine
[ver-tì-gi-ne]
s.f. (pl. -ni)

1 MED Sensazione di rotazione del proprio corpo rispetto all’ambiente o dell’ambiente rispetto al proprio corpo, dovuta a un turbamento del senso dell’equilibrio per alterazione della sensibilità spaziale: avere una v.; soffrire di vertigini
‖ spec. al pl., estens. Capogiro: a questa altezza mi vengono le vertigini
2 fig. Forte turbamento, intensa emozione: la v. di un amore travolgente
‖ Avere le vertigini, avere le traveggole, dire stramberie, sciocchezze
3 fig. Grandezza, grandiosità, quantità, tali da stordire, da sbalordire: cifre da far venire le vertigini; ricchezze che danno le vertigini
4 ant. Rotazione, rivoluzione di un corpo celeste

Scendevo lieve dal letto, una leggera vertigine a ricordarmi lo stillicidio degli istanti appena trascorsi. – Perché non rimani? – hai detto tu, pentendotene appena un attimo dopo. Sciocche domande che cambiano ogni cosa. Sciocche come i rapporti tra le persone. Prendere parte a uno spettacolo di gemiti e sudore e unghie disperate non lascia niente, a parte la vertigine. Cullare il sonno altrui, paradossalmente, è un’azione irreversibile. E’ come apprendere un segreto o addossarsi la fragilità di qualcun altro. Come stabilire un senso d’appartenenza o tracciare un confine e poi cancellarlo con un colpo di gomma. – Devo alzarmi presto domani – non ho potuto far altro che mentirti. Ho sempre temuto l’irreversibilità.

Prima parte.

Seconda parte.

Terza parte.

Dizionario dei giorni felici, disperati e normali e delle notti distanti dalla R alla V.

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