Trasloco

Posted on febbraio 14, 2011 5:35 pm

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C’è stato un momento, un unico particolare momento nella mia vita, in cui mi sono sentita davvero sradicata. Un’ultima scena, come nel finale di un film. Io immobile sullo spartitraffico attendo l’arrivo di un tram. Tengo tra le mani un sacco di plastica blu, gonfio, di quelli grandi che si usano per l’immondizia. E’ pomeriggio. Una domenica pomeriggio. Una di quelle giornate di fine estate non eccessivamente afose, con la città svuotata e le strade semideserte. Mi guardo intorno, osservo il viale. Do un’occhiata al mio balcone appiccicato ad una fatiscente palazzina in stile liberty: c’erano delle tende gialle, ora soltanto una porta-finestra nuda. Guardo indietro, fino in fondo alla strada: lì c’è la casa in cui viveva Andrea, non riesco a vedere la finestra di quella che era la sua camera – quella camera in cui ci chiudevamo per ore a far l’amore senza averne mai abbastanza – ma so che c’è. Ripercorro con lo sguardo ogni negozio, bar, rosticceria, ristorante che ha fatto da cornice a questi anni. Più in là, un palazzone marcio con le retate della polizia al venerdì sera e gli accoltellamenti alla domenica dopopranzo e qualche extracomunitario che, nel primo pomeriggio, bivaccava lì davanti e si calava le braghe al passare delle studentesse.

Quando ha saputo che sarei andata via, la vicina di casa, la signora Linda, novantadue anni, ha pianto. Mi aspettava al sabato pomeriggio, attendeva che mi affacciassi al balcone e poi si affacciava anche lei e mi raccontava un sacco di storie, su di lei, sul quartiere ormai degradato, sulle famiglie che andavano via, droga-prostituzione-e-quant’altro che prendevano piede. Quartiere di universitari e di puttane.

Il tram, giù in strada, sferragliava tutta la notte, a intervalli regolari, e faceva tremare i vetri sottili delle porte-finestre. Le prime notti le passavi con gli occhi sbarrati, in attesa del passaggio del prossimo tram con il suo rumore infernale; dopo un mese, però, non ti avrebbero svegliato neppure i cannoni.

Il quartiere, con le sue miserie e i suoi angoli poetici, con la sua gente che ci viveva da cinquant’anni o che era arrivata lì solo pochi anni prima per studiare e poi andare via – verso quartieri borghesi, silenziosi e per bene – o per avere un destino migliore e poi rassegnarsi a sopravvivere, ecco, questo quartiere non l’ho mai apprezzato né disprezzato particolarmente, finché ci ho vissuto. Finché ci ho vissuto, per me è stato soltanto un luogo. Un luogo qualsiasi che faceva da sfondo alla mia vita veloce e straripante di ambizioni altrui. Allora, pensavo che sarei stata sempre giovane, che non mi sarei mai presa nessuna responsabilità e che Andrea sarebbe tornato da me da un momento all’altro.

E’ incredibile cosa si accumuli in una stanza, nell’arco di alcuni anni. Ogni sera, dopo il lavoro, riempivo una valigia e portavo via la mia roba. Alla fine, dopo un mese, è rimasta una stanza vuota. Una stanza in cui sembrava che nessuno avesse mai abitato, mai pianto, mai fatto l’amore, mai giocato. Una stanza senza una storia. Altri studenti l’avrebbero vista e non avrebbero saputo niente di me. Né del fatto che allora ero una persona migliore, per quanto questo potesse importare a qualcuno o perfino a me stessa.

Insomma, io, in quel pomeriggio di fine agosto, ero lì ferma su uno spartitraffico, con il sacco di plastica che conteneva le ultime cianfrusaglie dei miei anni migliori. E c’erano tutti quei risvolti inaspettati che mi stavano ad attendere. E a un certo punto, mentre aspettavo, è arrivata una lacrima ad inondarmi l’occhio destro e, poi, via in volo libero su una guancia, fino a terra. Di lì a poco, il sole l’avrebbe asciugata e di me, in quel luogo, non sarebbe rimasto davvero più niente.

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