Sociopatica

Posted on febbraio 9, 2011 2:40 am

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Il mio corso di scrittura creativa va avanti. Il coordinatore ci ha detto che avremmo dovuto inviargli dei racconti scritti da noi e che poi lui li avrebbe inoltrati a tutti noi, in modo da poterli poi commentare  insieme a lezione. Il coordinatore ha detto: Di solito, nella mia esperienza, questi primi racconti sono piuttosto imbarazzanti. Quando l’ha detto, l’ho sottovalutato; oggi, a ragion veduta, lo stimo.

Pensavo – penso – di non aver talento ma, dopo aver letto almeno sei di questi parti intellettuali, mi sono resa conto che le persone si possono dividere non in due ma in tre categorie: i talentuosi, i non talentuosi e quelli che dovrebbero scrivere al massimo la lista della spesa.

Il primo racconto narrava di una tipa che era appena stata lasciata dal fidanzato. Era una sorta di riflessione della protagonista che decantava le proprie lodi: intelligente, sensibile, laureata, con una posizione conclamata professionalmente e un certo consenso nel suo ambito! – sì, alla fine, ha anche messo il punto esclamativo. Mentre lui viene descritto come un rosicone, non laureato, facilone (sì, ha proprio scritto facilone), piuttosto peso. Ad un certo punto, dopo che gli occhi di lei, grandi laghi a specchio (stendiamo un velo pietoso) si riempiono di lacrime ecceteta eccetera e altri cliché vari tra cui il sempreverde sorriso amaro, lei, senza scordarsi di sottolineare che l’indomani sarà pieno di impegni lavorativi (insomma, la sua è una posizione conclamata professionalmente), capisce che deve andare avanti.

Il secondo racconto parlava della vita e della morte di una vite filettata (non sto scherzando) che avrebbe dovuto essere inserita in un motore (??) e che i meccanici hanno sbagliato a montare. Ovviamente è raccontata in prima persona dalla vite stessa che soffre terribilmemente e contestualmente dialoga con le altre viti. Questa secondo me l’ha scritta un uomo, spero non il mio ex vicino di banco, o finisce che stavolta lo pesto.

Il terzo racconto… bé, posso giurare di non averci capito un fico secco. All’inizio sembra narrare l’incontro di due sconosciuti: lui è uomo bello occhi tristi (lei forse è rumena, per come si esprime) ma piuttosto basso o forse alto come lei o entrambe le cose (non si capisce). Due sconosciuti che si vedono, probabilmente, per trombare ma poi, alla fine, invece, si parla di un concerto di Battiato. E quindi, forse, in realtà, sono solo andati a un concerto di Battiato. Ammetto che non ci ho capito un cazzo. Spero che almeno abbiano trombato.

Il quarto racconto è la storia di un uomo che vuole volare. Cade e ci riprova. Poi incontra una gnocca e lascia perdere. Ma scritto in maniera aulica e sofferta, non come ve lo sto raccontando io. Secondo me, è l’unico elaborato sensato.

Il quinto racconto. Anche questo di certo scritto da un uomo, racconta di un tizio che si è perso, chiede indicazioni a un altro tizio e questo gli sputa addosso. E poi finisce che il tizio che si è perso tira un pugno a quello che sputava e poi viene arrestato. E nient’altro. Forse, tra coloro che devo pestare, questo ha davvero la priorità.

Il sesto racconto è stato scritto, a scelta, da una fan di Susanna Tamaro o di Paulo Coelho. La nipotina che parla con il nonno di questa luce speciale (una luce gialla) che ci colpisce quando il nostro sguardo incrocia quello di una persona in particolare, eccetera eccetera. Va’ dove ti porta il cuore incontra Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. Oh, yeah!

E il racconto che ho scritto io? Inizialmente, la mia intenzione era quella di far credere al coordinatore e ai nove aspiranti scrittori che io sono più fuori di testa di quanto normalmente possa apparire. Pensavo di scrivere qualcosa di morboso e pulp. Ma questa gente ha poco senso dell’umorismo. E già immaginavo, che al momento di commentare il mio elaborato, ci sarebbe stato un silenzio imbarazzato e che tutti avrebbero cercato dei giri di parole per non darmi della sociopatica.

Per questo motivo, siccome ho la faccia come il culo fino a un certo punto, ho riscritto la storia delle lenzuola, rendendola un racconto a sé stante, inserendo un paio di personaggi in più e cambiando le carte in tavola. Non so se piacerà. Ma posso affermare che, dopo aver letto il racconto del tizio che sputa, la mia autostima ha subìto un’impennata.

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