Elijah Wood, il destino e il rimorchio facile

Posted on febbraio 2, 2011 12:23 pm

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La scorsa settimana è stata piuttosto difficile per me. Come dicevo, nel week-end che l’ha preceduta è accaduto qualcosa. Andiamo con ordine.

Una volta, ho detto che odio le discoteche. Però, dopo quella volta a Capodanno, ho iniziato a frequentarle almeno una volta la settimana, a volte anche due. Ballare è diventato una sorta di lavoro part-time, da mezzanotte alle cinque, due o tre cocktail per recuperare i liquidi, una sosta al bagno per ritoccarmi il trucco agli occhi (ed evitare l’effetto panda), scarpe basse per continuare a ballare mentre tutte le altre intorno a me, sui loro conturbanti tacchi dieci, arrancano o si massaggiano i piedi sedute su un divanetto. Ogni volta cambio genere: goth, house, hard rock, anni ’80, crossover, commerciale. In base al genere musicale, incontro gente diversa: dai dark ai fighetti, ai metallari fino ai truzzi. E’ istruttivo ed ispirante, per scrivere, per riflettere, per allargare le proprie conoscenze, per contemplare altre possibilità. Lo stretto contatto con il vuoto, poi, mi fa sentire altrettanto vuota e, di conseguenza, felice.

Arrivo al lunedì mattina in ufficio con troppo correttore sotto gli occhi e i dorsi delle mani segnati da residui d’inchiostro blu o nero. Ho un sorriso che non finisce più, scopro nella musica e nel ballo disarticolato il mio viatico.

Nella sera incriminata, ho tirato le mie amiche single ultratrentenni dentro un locale piuttosto noto della città, dalla frequentazione molto in. E’ bazzicato perlopiù dai miei coetanei modaioli e snob. Un locale piccolo e affollatissimo da cui, se sei mediamente piacente, non torni di certo a casa da sola. Ci sono diverse facce note: colleghi, ex colleghi, ex bocconiani, ex studenti della Cattolica e altre vecchie conoscenze. Tutti vestiti in maniera pressoché ridicola. Mi vengono in mente i supereroi quando si trasformano da personaggi ordinari a esseri fuori dal comune. E’ un pensiero fuori luogo, ma è il primo che mi viene in mente, come direbbe Palahniuk.

Io sono abbastanza fuori moda rispetto alle altre ragazze che si trovano lì. Sono sempre stata fuori moda, io. Sempre. Non che questo mi abbia mai fatto sentire a disagio, anzi, mi piace avere uno stile tutto mio. E, probabilmente, agli uomini piaccio proprio per questo: perché non possono scambiarmi per nessun’altra. O forse perché ho un bel culo. Gli uomini sono inintelligibili. E io sono davvero fuori moda. Nonostante questo, nel giro di due ore, tiro su tre numeri di telefono. Nel locale strabordante di corpi, si balla tutti vicinissimi. La musica non troppo alta, facilita le interazioni. In queste settimane, sto tracciando la mappa dei luoghi dal rimorchio facile. E questo va direttamente al primo posto.

Poi, tra la folla, il mio sguardo viene catturato da due occhi nerissimi. Sono passati più di sette mesi dall’ultima volta che ci siamo visti e pochi mesi da quando gli ho detto che non avremmo mai più giocato. E ora L è lì e, in un attimo, volta lo sguardo altrove, fa finta di nulla. Balla con una ragazza che mesi fa avrei considerato ingiustamente più bella e magra di me. Forse l’amore è questo, il non sentirsi mai all’altezza dell’oggetto del proprio amore. Poi, lo perdo di vista.

Fa caldo, troppo caldo. Il primo tipo che mi ha lasciato il numero è in giro a provarci con altre, ma mi tiene sempre d’occhio. Ogni tanto si avvicina, tenta di mettermi la lingua in bocca, io nicchio, lui torna a farsi un giro. Penso che domani lo chiamerò, è piuttosto attraente. E parecchio arrapato, il che è sempre buon segno. Non respiro. Faccio un giro pure io, prendo il cappotto ed esco fuori a respirare. Il buttafuori mi chiede se sono single: dal suo tono, non capisco se la sua sia una proposta o un’informazione che è tenuto a chiedere a fini professionali. O semplicemente sono solo troppo fatta. Chissà. Al mio ritorno, non trovo più le mie amiche.

Anzi no, le ritrovo, si sono spostate. Chissà dov’è finito L. Il mio sguardo incontra quello di un tipo davvero carino. Da quel momento, non mi molla più. Molto più insistente del tipo di prima, alla fine, lui la lingua in bocca me la mette. Si avvicina a noi una specie di Elijah Wood, un piccoletto con due occhi di un azzurro disarmante. Credo di conoscerlo, ma non riesco a contestualizzare. Lui, invece, non mi riconosce e si presenta. Non appena mi dice il suo nome, mi cedono le ginocchia, ma per fortuna l’altro tizio mi tiene ben stretta. Elijah dice: Trattamelo bene, mi raccomando. E se ne va. Inizio ad indagare. Chiedo al mio accompagnatore: E’ un tuo amico? Lui mi risponde: Sì, un amico di infanzia, pensa. Cazzo. Continuo: Tu quanti anni hai? E lui: Ventinove. Oddio. Io: Di dove sei? La sua risposta è un luogo che mi è famigliare. E hai detto che ti chiami Alessio, giusto? Lui dice di sì e riprende a baciarmi. Fanculo, sto scambiando saliva con il migliore amico di L. Su duecentocinquanta uomini arrapati e più o meno piacenti che affollano il locale, io mi faccio mettere la lingua in bocca da un amico di infanzia di L. Chissà se L, dovunque sia adesso, ci sta guardando e chissà se pensa che io lo stia facendo apposta; che, magari, io li abbia visti insieme prima e che abbia voluto vendicarmi. Cazzo. Oltre a ciò, bisognerebbe tenere in considerazione il fatto che, come L, anche Alessio potrebbe essere un tipo di cui non potersi fidare. E io, di casini e di pessimi soggetti, nella mia vita, ne ho fin troppi.

Ho malditesta. Cerco di mollare Alessio con una scusa. Faccio a suo beneficio quella mia espressione che tanto fa eccitare gli uomini. Dolce, intensa, piena di desiderio; i miei occhioni verde scuro fissi su quelli del mio interlocutore e la bocca leggermente schiusa. Ma io ho ancora voglia di baciarti, dice lui. E io vorrei dirgli che sarei anche andata avanti volentieri ma per mesi ho pensato al suo migliore amico mentre mi masturbavo sotto la doccia e perciò non mi sembra proprio il caso. Ma non posso far altro che guardarlo in silenzio. E lui, allora, dice: Mi lasci il tuo numero? Glielo lascio. Tornerà da me ancora una volta entro la fine della serata. Sarò un pochino fredda.

Sto andando di nuovo a prendere una boccata d’aria. Penso a L. Sulle scale incontro il tipo che mi stuzzicava all’inizio. Vedo che ti sei data da fare, brava, dice, perché non torni dal tipo che ti stavi facendo fino a poco fa? E io: Scusami, ma non ci sto più capendo un cazzo. Troppi vodka lemon. Riparliamone, magari. Lui mi dice: Chiamami, mi raccomando. Se non mi chiami, ti ammazzo, eh. Faccio la mia espressione arrapante: Prometto che ti chiamerò.

Ho la nausea. Sono parte di questo circo anche io. Non sono meno vuota, né meno arrapata, né meno incosciente di tutti loro. A lungo andare, finirò per farmi ancora del male. Ancora e ancora.

Fuori fa freddo. Le mie amiche dicono: Questo posto è una figata. Torniamoci la prossima settimana. Io dico: Va bene. Al destino non si sfugge.

Alle 5.30 del mattino, mi ritrovo nel mio letto, al buio, con il computer sulle ginocchia: su Facebook ci sono diverse vecchie foto di L insieme ad Alessio. E’ vero che il destino esiste. E che mi riporta sempre da L. E che ancora non riesco ad afferrarne il motivo.

Poi, alle 7, Alessio mi scrive: Buonanotte, Julie. Questo è il mio numero.

Non so se ce ne saranno altri, di sms. Se Alessio assomiglia anche solo un po’ ad L, già da domani sarà distratto da un altro bel culo e da un altro paio di occhi verdi. L’unico rischio potrebbe essere quello di incontrarlo ancora, nei miei prossimi venerdì alcolici. E penso anche che, da adesso, qualunque cosa dovesse accadere, non si torna più indietro: L è perso per sempre.

Cerco di addormentarmi, senza riuscirci.

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Posted in: Alessio, L