Le conseguenze di una turbolenza

Posted on gennaio 28, 2011 10:08 pm

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Una sera ero su un aereo, rientravo da un viaggio di lavoro. Ci sono state delle turbolenze piuttosto violente e ho pensato Ok, adesso è finita. Immaginavo che sarebbe stato come in una sceneggiatura di Alan Ball, quando il protagonista sta per morire e vede la propria vita scorrergli davanti agli occhi e gli ultimi suoi istanti sono tutti per le persone che ama. E io, invece, sono soltanto riuscita a pensare: Cazzo, quando i miei verranno qua per il riconoscimento della salma troveranno casa in disordine. Ecco, ho pensato questo. Che avrebbero trovato i piatti nel lavandino, la biancheria sporca ammucchiata in un angolo del bagno, il letto sfatto, l’asse da stiro fuori posto. Non ho pensato, come farebbe il protagonista di una sceneggiatura di Alan Ball, alle persone importanti della mia vita e al loro sorriso. Non ho pensato ad Andrea e a quando ci siamo chiusi in camera sua per quattro giorni a far l’amore e a dormire e poi a fare ancora l’amore e siamo usciti solo perché avevamo il frigo vuoto. Non ho pensato a L quando mi ha detto che gli piaceva guardarmi sorridere e poi ha sorriso pure lui. Non ho neppure pensato a quella volta con Lars, nel bel mezzo della foresta birmana, quando dopo un’ora di salita siamo arrivati in cima a una scalinata dove sorgeva un tempio buddista ed eravamo bagnati fradici per il sudore e per la pioggia e avevamo l’intera foresta ai nostri piedi e oltre la foresta si riusciva a scorgere il mare e all’improvviso sono spuntati tre arcobaleni e noi siamo rimasti abbracciati cinque minuti buoni senza dire niente. Non ho pensato a Cosimo sulla sua bicicletta gialla, al nostro incontro come ne Il Maestro e Margherita. Ho solo pensato che i miei genitori avrebbero trovato casa mia in disordine.

Il che mi porta alla conclusione che se stessi davvero per morire, probabilmente, in questo momento, non rimpiangerei niente e nessuno. Da una parte, infatti, ho avuto tante cose: l’amore della mia vita, la testardaggine e il coraggio di seguire i miei istinti e le mie passioni, un lavoro ambizioso, la fortuna di vedere un pezzetto di mondo che non si può neppure descrivere per quanto mi apparve meraviglioso, dell’ottimo sesso – fatto sia da sola che non, i romanzi di Houellebecq e i film di P.T. Anderson. Dall’altra parte, inoltre, sono ancora alla ricerca di qualcosa da attendere e la mancanza di attese e desideri mirati mi porta verso una sorta di atarassia geneticamente modificata.

Allora, visto che né l’idea di morire (dato che ho già avuto molto dalla vita) né l’idea che dopo non ci sia niente (dato che attualmente vivo nel niente e quindi poco cambierebbe) non mi spaventano, ho pensato a come vorrei che fosse il mio funerale.

1) Vorrei che la mia amica concertista dal talento formidabile, durante la cerimonia funebre in chiesa, suonasse all’organo You can’t always get what you want, come ne Il grande freddo;

2) Vorrei un elogio funebre fatto da:

– Vale: che racconta com’era bella e schietta la nostra amicizia;

– Andrea: che racconta di come io sia stata l’amore della sua vita e di come le nostre strade si siano divise e poi scoppia in lacrime;

– Pascal: non importa cosa dica, l’importante è l'”effetto trofeo” che genererebbe;

– Ale: che racconta di quando facevamo le gare alcoliche ai tempi dell’università e che, una volta, ho vinto io;

– Nico: perché ha un bell’eloquio e lascerebbe di me un ricordo indelebile ed aulico;

3) Vorrei tutti i miei uomini a seguito della bara – perché, in fondo, in un modo o nell’altro, li ho amati tutti – anche quelli come Paul che mi odiano e quando mi vedono per strada voltano la testa. Vorrei che ci fossero tutti, nessuno escluso. Amici, fidanzati, amanti, conoscenti. Vorrei che quelli che hanno avuto una parte di me rimpiangessero di non potermi avere più, mentre gli altri sentissero una fitta al cuore al pensiero di non potermi avere mai.

4) Vorrei una jazz band che suonasse When the saints go marching in durante il percorso tra la chiesa e il cimitero. Vorrei che la gente si affacciasse ai balconi e alle finestre e ricordasse per sempre quel bizzarro spettacolo del mio addio al mondo.

E poi, vorrei riposare in un luogo simile al cimitero della piana di Gallipoli in Turchia. Vicino al mare, sotto un enorme pino solitario. Sulla lapide questo epitaffio:

Julie Kohler

1981 – xxxx

Ci sono troppe cose che mi piacciono

e mi confondo e mi perdo a correre

da una stella cadente

all’altra fino allo sfinimento

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