Compagni di scuola – Una rivincita

Posted on gennaio 23, 2011 3:25 am

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Una volta al mese, da quando abbiamo terminato gli studi, io e i miei vecchi compagni d’università abbiamo un appuntamento fisso, nonostante il passare del tempo ci abbia decimati. C’è chi è tornato al paese d’origine, ha preso in mano l’attività di famiglia e poi ha sposato la morosa delle superiori. C’è chi fa lo schiavo nella City per una grande banca d’investimento internazionale. Ancora, c’è chi ha mollato tutto e si è messo a fare l’imprenditore dall’altra parte del mondo. Col passare del tempo, perciò, siamo rimasti davvero in pochi. Luca, che era il più promettente tra tutti noi, ancora si arrabatta tra lavori a tempo determinato che gli fruttano una miseria. Sergio lavora nell’ufficio marketing di una multinazionale. Francesca ha finalmente passato l’esame da commercialista. Mario è tornato da Londra, da un giorno all’altro, quando la banca presso cui lavorava ha deciso di chiudere il suo team. Julie si occupa di investimenti. E Alessio, bé Alessio da questa sera non c’è più, ha mollato il colpo, si è stancato di questa cazzo di città ed è tornato al paese, posto fisso in banca: dal lunedì al venerdì, 8.15 – 16.45, mentre dalle 16.46 alle 8.14 è tutta un’altra vita.

Ci troviamo, un martedì sera al mese, in una vecchia sala biliardo dalle parti dell’università. Il proprietario ci conosce tutti per nome. Luca, allora, quei cazzoni ti hanno finalmente assunto? chiede il proprietario. Luca scuote la testa. Sono dei cazzoni, ribadisce il proprietario. E Alessio? continua. Rispondo io: L’aria di mare gli sta facendo bene.

Stasera, siamo io e Luca contro Mario e Sergio. Si fa sempre pari e dispari per decidere chi debba giocare e con chi, partendo dall’assunto che io e Mario non possiamo far parte della stessa squadra. Io, dopo tutti questi anni, sono ancora una schiappa. Il proprietario ci porta le birre.

Teresa ci raggiunge solitamente verso la fine della partita. Mi perdo sempre gli inizi. La mia vita è tutta fatta di finali, dice lei. Io le cito gli Afterhours: E’ la fine quella più importante. Lei mi guarda male e poi va subito a bere. Teresa lavora nel settore energetico. Un impegno da 12/13 ore al giorno grazie al quale arriva tardi a ogni cena o aperitivo o appuntamento o cinema che dir si voglia; a volte, si mette in un angolo e si addormenta. Su di lei non avremmo scommesso mezza lira. E, invece, s’è trovata un lavoro molto ambìto. Anche se poi, non sa mica cosa sia un inizio.

Mario si china sul tavolo e prende la mira; se mette questa palla in buca, lui e Sergio hanno vinto. Il ritorno di Mario a Milano, sei mesi fa, mi ha inizialmente preoccupato. Lui è stato il mio amico più caro, mi faceva copiare agli esami di diritto, mi spiegava i sistemi dinamici, veniva con me alle feste, mi accompagnava al cinema ed è anche il primo con cui sono stata – quello che ha scartato il pacchetto, per usare una metafora.

Non ricordo molto della mia prima volta. Era un novembre piovoso di tanti anni fa. Eravamo nella cucina-soggiorno dell’appartamento che lui condivideva con altri studenti. La pioggia batteva sui vetri della finestra. Studiavamo per l’esame di economia industriale. Erano le tre di notte e dormivano tutti tranne noi. Non so, timida com’ero, come trovai il coraggio di sedurlo. Accadde tutto sul divano consunto e sudicio della cucina-soggiorno. Fu breve, doloroso e imbarazzante. Lui era l’unica persona di cui mi fidavo e che non avrebbe mai potuto ferirmi, per questo lo avevo scelto. Ma non glielo dissi: lui avrebbe potuto fraintendermi, sentirsi usato. Mi sono innamorato di te, mi disse invece tempo dopo. Litigammo. Passammo gli anni restanti dell’università ad ignorarci. Lui poi partì per Londra. Sei mesi fa è tornato. Da allora, un martedì al mese, ci ritroviamo nella stessa stanza. Lui continua ad ignorarmi.

Vincono loro.

All’uscita, ci salutiamo con abbracci e baci sulle guance. Tutti tranne me e Mario. Decido di seguirlo fino alla sua auto. Che c’è? mi chiede lui. Io rispondo: Vorrei che tornasse tutto come una volta. Lo abbraccio, è sempre troppo alto per me. Lui istintivamente mi stringe a sé. Mi sussurra dolcemente tra i capelli: Non è possibile questo, non siamo più due ragazzini; io non mi innamoro più della prima finta brava ragazza che apre le gambe e tu non hai più il disperato desiderio di scoprire cosa sia il sesso. Quella volta che siamo stati insieme, in quel preciso istante in cui ho sentito il tuo calore, le tue unghie che si aggrappavano disperatamente a me, un gemito sottile di piacere o di dolore – e cosa fosse davvero non lo sai neppure tu, ecco è in quel preciso istante che ho compreso che non sarebbe più stato possibile tornare indietro.

Dopo un’ora, lui è nel mio letto. Si alza e si riveste. Se ne va senza guardarmi e senza dire una parola. Uno a uno, palla al centro.

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Posted in: Mario