Lenzuola, cinema e cioccolata

Posted on gennaio 12, 2011 11:35 am

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Ciò che ti frega sono gli oggetti.

I ricordi è facile confonderli, fraintenderli, sfocarli. Ma gli oggetti sono immutabili e perfidi.

Ho ammucchiato con rabbia le lenzuola su cui ci siamo amati l’ultima volta – io e chi? – e le ho ancora martoriate in lavatrice a novanta gradi. Perché il loro azzurro non faceva che ricordarmi il colore dei suoi occhi quando lui restava a guardarmi e io non capivo. Detersivo, disinfettante, candeggina. Per me, il suo odore non se ne sarebbe andato mai e quella tonalità di azzurro non sarebbe sbiadita mai.

Teresa è di là, spalmata sul mio divano, a dar fondo alla riserva d’emergenza di cioccolata. Tanto tu aspiri a una taglia quaranta scarsa, mi ha detto. E poi, ha aggiunto, seria: Ti sto facendo un favore.

Il lettore dvd è impegnato da qualche ora nella riproduzione di una serie di film di Tarantino. Una domenica al mese, io e Teresa ci inventiamo queste maratone cinematografiche: ci spariamo due o tre film di fila – a volte anche quattro. Non mi dispiace avere gente per casa, di tanto in tanto: mi fa illudere di essere una persona normale. Io che mi sono sempre sentita come se la vita fosse una festa sfarzosa a cui non sono stata invitata e mentre gli altri sono dentro e sembrano divertirsi immensamente, io resto a  sbirciarli da fuori. Anche Teresa, una volta, mi ha confessato di sentirsi così. Una confessione estorta, una notte di tanti anni fa, verso il termine di una festa: non eravamo ancora svenute per l’alcol ingerito ma eravamo in procinto di esserlo. E non si riesce ad essere disonesti quando nelle proprie vene circolano plasma ed alcol in parti uguali.

Apro l’oblò. Non posso continuare a lavarle per sempre, queste lenzuola. Mi rannicchio nello stanzino della lavatrice, la testa tra le mani. Non ho altra possibilità che gettarle, penso. Con la stessa disinvoltura – lieta incoscienza? – con cui getto qualsiasi opportunità di redimermi da questo deserto che continuo ad attraversare e che non finisce mai.

Alzo gli occhi. Teresa mi fissa. Siamo in penombra. Lei in piedi. Io seduta con le ginocchia al petto e  due dita a picchiettarmi la fronte. Le lenzuola per metà fuori dalla lavatrice. Un odore deciso che ci avvolge (odore di lavanda, direbbe lei; odore delle mie intuizioni da due soldi, direi io).

Che c’è? mi chiede Teresa.

Dovrò buttarle via, dico io, guardando quella massa di cotone informe.

Lei si stringe nelle spalle. Le mie stranezze non sembrano colpirla più di tanto. Né a me colpisce la sua mancanza di turbamento.

Lei si stringe nelle spalle e, se non fosse per questo suo movimento, saremmo quasi due statue immote. Fuori è già buio e, ormai, lo è anche dentro casa. D’un tratto, senza preavviso, lei interrompe quel silenzio inebriante, disperdendo, al contempo, le nostre pose perfette e teatrali. Lei dice: Julie, scusami, ma io non ho ancora capito una cosa. Ma di tutti questi uomini che ti ronzano intorno, è possibile che non ce ne sia stato uno – dico almeno uno – che ti sia andato bene?

Io le sorrido disperata. Lei mi tende una mano e aggiunge: Va bene, se vuoi ci penso io alle lenzuola, quando vado via.

Afferro la sua presa fatta di dita sottili e mi alzo facendo leva su di lei. Di là, in soggiorno, sullo schermo, Harvey Keitel, vestito elegantemente, tiene in mano un irrigatore da giardino. Io e Teresa, illuminate solo dalla luce dello schermo, sedute scompostamente su un vecchio divano rosso, ci rimettiamo a guardare – come lo guardassimo per la prima volta – quel vecchio film che conosciamo a memoria. Ci dividiamo equamente la cioccolata rimasta.

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