Ritorno al presente

Posted on gennaio 3, 2011 8:57 am

2


Primo pomeriggio del trentuno. Milano è accarezzata dal pallore del sole. Entro in casa e disfo la valigia – se non lo faccio ora non lo farò mai più. Tra qualche ora, inizieranno i festeggiamenti di fine anno. L’ennesima illusione. Credere che tra meno di otto ore la nostra vita possa prendere una piega nuova e diversa è come quando da bambini credevamo a Babbo Natale: credevamo nella sua esistenza pur mantenendo un lieve margine di dubbio. Me la prendo con comodo, anche se so che non c’è abbastanza tempo: doccia, capelli, autoerotismo, trucco, abbigliamento. Mi guardo allo specchio: sono pronta. Arrivo alla cena con quasi un’ora di ritardo. Il ristorante è affollato e rumoroso, come qualsiasi locale questa sera. Ci siamo tutti: amici, amiche, amici degli amici e compagni d’università. Andre mi dice: Ricordi quel mio amico che ti ho presentato un paio di mesi fa alla festa di Ste? Ti rivedrebbe volentieri. E ridacchia. LFB n. 2 si intromette con la sua vocina roca:  Di che parlate voi due? Le metto un braccio attorno alle spalle: Mia cara, la zia Julie ha colpito ancora. Battiamo il cinque.

Ripenso alla festa di Ste. Ripenso al tipo carino che Andre mi presenta: abbiamo parlato a lungo ma non so più di cosa. Ripenso a me che quella sera non faccio che pensare al Commercialista, al nostro pomeriggio passionale di poche ore prima, quando ancora credevo che lui fosse la persona meravigliosa che poi ho capito non era. E, ancora, ripenso a me che mi scolo tre sex on the beach e resto seduta ed ubriaca a guardare tutti ballare e divertirsi, come se osservassi la scena dal di fuori e, intanto, penso ancora a lui.

Mi riscuoto da quel sovraffollamento di pensieri e riprendo a scherzare con tutti, nascondendo una punta di tristezza. Voglio tornare ad essere quella che ero prima dell’incidente e prima del Commercialista. Ecco il mio proposito per il nuovo anno.

La prima parte della serata scorre via tranquilla. Festeggiamo e aspettiamo la mezzanotte. Mangiamo. Beviamo. Ridiamo. Facciamo un giro di tavolo, dicendo ognuno cosa è stato per noi il duemiladieci. Io dico le solite cazzate con il mio tono semi-serio. Ilarità generale. Che poi, in fondo – anche se a loro non l’ho detto – il duemiladieci lo ricorderò come l’anno in cui ho smesso di avere paura. Paura del futuro, delle convenzioni sociali, della casualità, di me stessa, del sesso, dell’amore, di non essere all’altezza, di essere diversa. Niente più paura, o comunque, molta meno paura. O più incoscienza, magari.

E poi, eccola la mezzanotte. Baci. Abbracci. Altre risate. Altro alcool.

Arrivato il momento dei saluti, ci dividiamo. Io e un piccolo gruppo continueremo la serata in una discoteca. Prima di uscire dal ristorante, vado in bagno: mi rifaccio il trucco, mi ravvio i capelli, mi sorrido allo specchio e mi dico che ce la posso fare. Posso tornare ad essere la Julie Kohler spavalda ed incosciente di qualche mese fa e posso tornare a vivere tutte le mie differenti vite una a una.

La discoteca. Eccoci dentro. Musica assordante. Corpi, troppi corpi. Come al solito, per prima cosa, mi fiondo al bar. Poi, raggiungo le ragazze che ballano e ballo anche io, senza mollare il mio negroni, ovviamente. Bazzico nei pressi della consolle e, tra una pausa e l’altra, nel giro di un’oretta faccio amicizia con il dj. Potrebbe essere la mia via d’uscita. Ha più o meno la mia età, alto, bel fisico. Mi propone di andare con lui a casa sua, quando avrà finito. Verrà anche una sua amica, dice. Me la indica, lei sta ballando poco distante da noi, è una brunetta coi capelli corti, sui vent’anni, piuttosto carina. Lei ci vede e si avvicina. Lui le urla qualcosa nell’orecchio e lei mi saluta calorosamente. Lei mi guarda negli occhi e mi prende per mano. Balliamo insieme. Mi sfiora i fianchi. Sono incerta. Non voglio farmi trascinare in qualcosa che non ho mai contemplato. Con due estranei, per giunta. Ci penso su. Mi avvicino e le urlo nell’orecchio: Mi dispiace, non fa per me. Salutami il dj. E le sorrido. Lei mi guarda un po’ delusa. E mi urla nell’orecchio a sua volta: Sicura? Dispiace anche a me. Ti lascio il mio numero, ci rivediamo io e te, magari. Io tiro fuori una biro dalla borsetta e lei mi scrive sull’avambraccio dieci cifre. Qualcosa che non ho mai contemplato. So già che quel numero andrà via nello scarico della doccia domani mattina.

Torno tra le mie amiche ignare. LFB n. 2, poco distante, si sta trusciando con un tipo. Alla faccia del perbenismo. Poi, Andre si avvicina e mi urla nell’orecchio di andare con lui, mi trascino dietro un paio di ragazze. Vieni, ti faccio conoscere dei miei amici, alcuni sono ex compagni d’università, grida Andre. Lo seguo in mezzo alla folla fatta di sguardi persi e umidità. E poi, eccoli. Me li presenta. Li saluto tutti, non riuscendo ad afferrare – a causa del volume – nessun nome. E poi i miei occhi incontrano quelli di un viso conosciuto. Non è da me, né da lui, insomma, non è soprattutto una cosa da noi, ma io e Pascal ci abbracciamo. Non sapevo vi conosceste, ridacchia Andre. Ci conosciamo piuttosto bene invece, dice Pascal e mi guarda con aria divertita.

Lo accompagno fuori, guardo il suo profilo seducente, mentre aspira dalla sigaretta. Stai bene adesso? dice lui. Io rispondo: Non credevo ci saremmo più rivisti o che, nel caso, tu mi avresti ancora rivolto la parola. Ma lui controbatte solamente: Il tuo problema è che ti fai troppi problemi. Io non mi faccio sfuggire l’occasione di replicare: E il tuo è che te ne fai troppo pochi. E lui ammette: Bé, lo sai. A entrambi scappa un sorriso.

Secondo giro d’alcool o terzo, adesso non ricordo. LFB n. 2 è tornata nel gregge, probabilmente il tizio di prima avrà tentato di palparle il sedere. Ma  non ho voglia di addentrarmi nello psicodramma e non le chiedo nulla. Tento di ballare e di mostrarmi a mio agio, fingo di amare questa musica senza senso. Ogni tanto, butto un occhio in direzione di Pascal. Come immaginavo, ha già abbordato una spilungona bionda con delle gambe che non finiscono più. Provo una fitta di gelosia. L’alcool mi dà una piccola spinta. Mi avvicino a loro e dico ciao a entrambi e poi prendo Pascal per mano e lo trascino a ballare. Lui guarda la presunta giocatrice di basket e alza le spalle e mi segue senza fare resistenza. Balliamo vicini, ci accarezziamo, ci baciamo.

Poco dopo, ci ritroviamo nella sua macchina, nel parcheggio della discoteca. Mentre siamo ancora stretti l’uno all’altra, ho un’illuminazione. Io e lui siamo uguali. Non abbiamo paura. Non crediamo nell’amore. Non guardiamo troppo avanti. Per questo, finiamo sempre con il ritrovarci. E per lo stesso motivo, non ci incontreremo mai, perché siamo due rette identiche, identiche e parallele. Ti serve un passaggio a casa? chiede lui. Ho la macchina, ma grazie lo stesso, dico io. Io vado a casa: sono stanco e, in ogni caso, mi pare di aver inaugurato bene l’anno, precisa lui e mi bacia su una guancia, come fa tutte le volte, quando, dopo essere stati insieme, io me ne vado. Lo guardo andare via e rientro nel locale.

La musica assordante e il caldo improvviso mi stordiscono. Non bevo più, devo smaltire l’alcool. Anche se, poco fa, il freddo e Pascal hanno dato il loro contributo. E’ il primo giorno del duemilaundici. Mi sono sempre chiesta perché tutti ci affanniamo a frazionare il tempo. E perché un nuovo anno deve essere considerato un nuovo punto di partenza. E anche perché deve essere foriero di buoni propositi, perché deve essere inaugurato con qualcosa di rosso o con una scopata o con festeggiamenti fino all’alba. Mi domando perché non riusciamo a considerarlo come un giorno come tutti gli altri, un normalissimo giorno in più nella nostra vita. Ma, in effetti, la risposta la so già: speranza, illusione, ottimismo.

Sono le sei passate quando ci mettiamo in macchina, in cerca di un bar aperto, per fare colazione insieme e poi salutarci, felici di aver dato il via a questa nuova parte della nostra vita tutti assieme. Mentre guido, LFB n. 2 – che non si è accorta di nulla – mi sommerge di chiacchiere su Pascal: Chissà perché Andre ce lo teneva nascosto, uno così. Speriamo di incontrarlo in altre occasioni. Andre dice che tu lo conoscevi già. Come vi siete conosciuti? Che tipo è? E’ single? E quel numero che hai sul braccio, mica è il suo, vero?

Io guardo la strada davanti a me e sorrido.

Annunci
Posted in: Pascal