Musica, silenzio e ovviamente Francesco

Posted on gennaio 2, 2011 1:04 pm

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Dopo l’ora di pranzo, il paese resta morto fino alle quattro, quattro e mezza. Le saracinesche abbassate. Le luci spente nelle vetrine. Qualcuno porta a spasso il cane. La piccola piazza è silenziosa e immota. Così come bar che vi si affaccia: la cassiera fa il sudoku con gli occhiali da vista abbassati sul naso e il barista chiacchiera con il cameriere del calciomercato d’inverno. E poi, a un tavolino, sto seduta io. Non guardo fuori perché non c’è niente da guardare. Sto divorando un libro che mi appassiona particolarmente.

Il vicino di casa dei miei, per Natale, ha regalato una batteria al figlio treeenne. La batteria è stata posizionata nella stanza che si trova esattamente sotto l’ex stanza di mio fratello, ora stanza per gli ospiti, che attualmente io mi trovo ad occupare. Il bimbo pesta sui tamburi, ad intervalli regolari, con foga e violenza e dedizione. Ed entusiasmo, si direbbe. Ogni volta che la bacchetta picchia la batteria, il mio cervello sussulta nella testa. Atroce tortura. Non riesco ad afferrare neppure una sillaba di ciò che sto leggendo. Scendo al piano di sotto e suono il campanello. Mi sono preventivamente bagnata nelle acque della diplomazia. La madre apre la porta. Buongiorno, dico, non ci conosciamo, sono la figlia dei signori Kohler, suo figlio fa un po’ troppo rumore, potrebbe per favore rimandare la sua esercitazione al tardo pomeriggio? Ma la madre risponde piccata: Rumore? Quella che fa mio figlio è musica.

La sua ottusità mi lascia disarmata. Ho mal di testa. E voglio finire di leggere il mio libro. Batto in ritirata.

Esco all’aria aperta. Fa freddo. E c’è un silenzio irreale. Ogni porta o finestra è sbarrata. Ogni negozio vuoto. Forse siamo sul set del remake de La casa dalle finestre che ridono e nessuno mi ha avvisato. Poi, vedo il bar in piazza, aperto.

Nessuno dentro al bar mi conosce e perciò nessuno mi rivolge la parola, anche se nell’aria si percepisce la tentazione di sapere chi io sia e perché mi trovi, in pieno inverno, in questo buco di paese.

Poi, sento una voce: Un caffé, per favore. Alzo lo sguardo e inizia a tremarmi una gamba. E, per fortuna, i miei capelli nascondono la sfumatura bordeaux che hanno assunto le mie orecchie. Nella mia testa diecimila voci garrule urlano un nome.

Francesco. Non ho sue notizie da quasi quindici anni.

Vorrei dirgli: Ciao, Francesco. Come stai? Ti ricordi di me? Ma tutta la mia sicurezza è andata a nascondersi sotto al tavolino. Mi sembra di avere di nuovo tredici anni. Di venire ancora una volta flagellata da un tripudio simultaneo di mal di pancia, inappetenza, insonnia e confusione. Il primo amore ha portato quei sintomi là. La mia timidezza di allora era da record; l’ha tenuto a distanza di sicurezza per un paio d’anni. Poi, è arrivata una certa Marta – spavalda, invece, lei – e se l’è preso e lui non l’ho visto quasi più.

Lo incontravo per strada. Ciao Julie, diceva lui. Ciao Fra, scusami ma sono di fretta, dicevo io. Quando, invece, ero certa che non mi avesse ancora visto, mi nascondevo dietro gli alberi, dietro le auto parcheggiate, mi infilavo dentro un negozio qualsiasi.

Una domenica sì e una no, invece, io e lui ci spiavamo in silenzio. La domenica mattina lo ritrovavo in chiesa, lui si sedeva proprio nel banco dietro al mio; aspettava che mi girassi: non mi sono girata mai. La domenica pomeriggio, ero io che lo spiavo dagli spalti di un piccolo stadio di provincia; lui era seduto in panchina o, in piedi, intento a riscaldarsi, e sapeva che ero lì. Perché credo che lo sapesse? Perché non l’ho mai visto girarsi verso di me. Non una sola volta.

Invece, oggi, dentro al bar, si gira. Potrebbe essere l’incontro del secolo. Ho la gola secca e il battito accelerato come da sforzo anaerobico. Lui mi chiede come sto, poi dice: Sono anni che non ti vedo, ti trovo molto bene e infine sorride. Ecco, quell’incisivo impercettibilmente accavallato sull’altro. Una piccola imperfezione seducente che avevo scordato. Quanto resti ancora in paese? mi chiede. Riesco ad articolare un: Riparto domani. Prende un tovagliolino, ci scrive sopra il suo numero e me lo porge: Allora, stasera, se non hai da fare, ci potremmo vedere. Poi, mi saluta e se ne va.

Io resto lì inebetita, ho ancora il libro in una mano e le orecchie in fiamme. Mi sbuca in testa il pensiero che quando il passato torna, ti trova sempre uguale. Appallottolo il tovagliolino e lo metto dentro la tazzina vuota. E, poi, mentre tutti, lì dentro, continuano a chiedersi chi io sia e perché mi trovi, in pieno inverno, in questo buco di paese, chiedo un altro caffé, stavolta corretto.

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