Ce petit coup au coeur quand la lumière s’éteint et que le film commence

Posted on dicembre 30, 2010 11:45 am

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Il cinema, inteso come sala di proiezione, ha sempre esercitato un grande fascino su di me.

Da bambina, ricordo un piccolo cinema fatiscente che sorgeva appena fuori dal paese, ai bordi della provinciale, e aveva alle spalle l’aperta campagna. A quei tempi, ero molto piccola e ricordo davvero poco: le file di poltroncine di legno, il palco e sopra di esso lo schermo. Un sabato sera i miei genitori portarono me e mio fratello a vedere un film. Ma ce ne andammo via a metà spettacolo. In macchina, li ascoltai discutere: il film non era adatto a noi piccoli e loro erano arrabbiati con il proprietario. Il proprietario era un signore alto e magro con la mascella quadrata e le basette lunghe. Quando lo incontravamo per strada, indossava sempre un impermeabile chiaro e, tra noi bambini, lo chiamavamo Commissario Zenigata.

Poi, un giorno, avevo otto o nove anni, passando lì davanti, dal finestrino postieriore dell’auto, vidi il vecchio edificio con tutte le luci spente e un cartello con su scritto Chiuso. Pochi mesi dopo, lo avrebbero buttato giù per far spazio a un supermercato, uno dei primi tra quelli che poi sarebbero spuntati come funghi nella zona.

La mia fame di cinema, in fondo, nasce da lì. Dall’impossibilità di accedere a quel luogo buio e misterioso, dove si proiettavano sogni e bugie affascinanti.

Molti anni dopo, ogni volta che sono entrata in un cinema e mi sono seduta e ho atteso paziente che la luce si spegnesse e lo schermo si illuminasse, per me, è stato – ogni singola volta – come assistere a una piccola magia, come ritrovarmi improvvisamente al di fuori del tempo e dello spazio. A volte, sceglievo di proposito giorni e orari di proiezione insoliti, per ritrovarmi pressoché da sola, come se quello spettacolo fosse solo per me e il cinema fosse solo mio.

D’estate, il Comune allestiva il cinema all’aperto. Sorgeva in un grande spiazzo che, d’inverno, fungeva da mercato e dove, d’estate, veniva montato uno schermo, si disponevano diverse file di sedie di plastica colorate (gialle, rosse, blu, bianche e verdi), si recintava l’area e un piccolo chiosco di legno fungeva da botteghino. Non era un cinema vero e proprio ma bastava pagare tre o quattromila lire per accedere a un pezzetto di sogno. Il cinema all’aperto sorgeva accanto alla ferrovia e, ogni tanto, il passaggio di un treno merci o dell’ultimo accelerato della giornata sovrastava qualche battuta. Oltre la ferrovia, si scorgevano delle case. Ai piani alti, sui balconi, c’erano gruppetti di persone che, con i gomiti appoggiati alla ringhiera, assistevano attenti alla proiezione. Io, invece, stavo giù, proprio sotto lo schermo, in prima fila, lo sguardo rapito, incurante dello sferragliare dei treni. Poi, nell’intervallo, alzavo sempre lo sguardo al cielo e, per qualche secondo, mi beavo di quello spettacolo stellato, sempre uguale e sempre diverso. Erano gli anni novanta. E racchiusa in quel mio bozzolo di provincia, credevo che la vita vera fosse quella che proiettavano sullo schermo o, quantomeno, speravo che fosse così.

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