Fear of the dark

Posted on dicembre 5, 2010 1:30 am

4


Io e Drino non ci vedevamo da mesi. Ho citofonato al suo portone e lui è sceso. Bell’ombrello, ha detto lui. Bel cappotto, ho replicato io. A volte, penso con perfidia a quei reality dove degli esperti di moda  si prendono cura del look di una persona e mi immagino una puntata in cui si prendono cura dello stile di Drino e ne vengono fuori come quei tizi che rimettono in sesto Bette Davis in Angeli con la pistola. Me li immagino proprio così quei consulenti di moda e stile: con le scarpe in mano per i piedi troppo gonfi e la fronte madida di sudore. Però, sono certa che da tutto quello sforzo ne verrebbe fuori un discreto risultato.

Ora siamo in macchina. L’asfalto è umido. Lui mi chiede dell’incidente. Drino è l’unico a cui l’ho detto. A un certo punto, avevo sentito il bisogno di dirlo a qualcuno. Ed è stato un bene averlo detto a lui. Altrimenti, avrei avuto la tentazione di dirlo al Commercialista e poi me lo sarei trovato per casa con lo sguardo azzurro e totalmente indifeso e – per l’occasione – compassionevole e magari sarebbe anche riuscito a ferirmi più di quanto non lo fossi già in quei giorni.

Drino insiste. Io nicchio. Lui mi tira fuori i dettagli, incalzandomi di domande. Mi rimprovera perché sono la solita testona che preferisce crogiolarsi nell’infelicità e nella solitudine piuttosto che chiedere aiuto. Ha ragione. Ma anche lui non è da meno.

Anche lui è stato male. Io, perché mi hanno tagliato la strada in una sera piovosa. Lui, invece, è crollato per il troppo lavoro.

Siamo uguali in questo. Viviamo per il nostro cazzo di lavoro. Neanche l’azienda fosse nostra, neanche ci pagassero a peso d’oro. Non lavoriamo né per soldi né per gloria, ma soltanto perché è quello che sappiamo fare meglio. E’ colpa di tutta quella gente che pende dalle nostre labbra o che ci dà obiettivi che ci guarda  raggiungere con soddisfazione. Noi abbiamo bisogno di questa illusione di essere indispensabili ed eccezionali, anche se non lo ammetteremo mai. Spingiamo, spingiamo e poi, quando ci capita di trovarci con il culo per terra (stavolta, io concretamente, lui metaforicamente), ci sentiamo completamente persi.

La strada fino al locale è lunga. Parliamo di salute e stati d’animo, di amore e di rapporti tra le persone. Gli dico che io resterò da sola. Lui, come tutti, dice Ma no dai e cerca di consolarmi. Ma non ho bisogno di essere consolata. Ho la caratteristica di riuscire a dire cose tristissime in maniera totalmente asettica. La gente ci resta di merda. La consapevolezza è rara e dolorosa e tutti la scambiano per depressione.

Il locale è piccolo e affollato. Il barista serve birre una via l’altra. Io e Drino non intendiamo certo far gli alternativi: io una rossa e lui una chiara. Riusciamo a sistemarci in un tavolino proprio ai piedi del palco. Io sfoggio il mio look finto metal dei tempi d’oro: maglietta nera con la scritta AC/DC glitterata, mini di jeans, stivali di pelle, trucco pensante, smalto nero. Mi diverte adeguare i look alle serate, mi sento come quelle bambine che amano giocare indossando i vestiti della mamma.

Loro, i nostri amici, che poi sono quelli che suonano, fanno sempre la stessa scaletta, da anni. Però, ogni volta è un’emozione e noi, un po’ per affetto, un po’ perché siamo già alla terza birra, cantiamo sopra di loro e battiamo le mani e urliamo e agitiamo la testa in quel modo che poi porta al noto disturbo conosciuto come Trauma cervicale del metallaro.

E’ una serata piacevole, il week end è alle porte e lasciamo tutte le nostre preoccupazioni fuori a vedersela con la pioggia.

Poi, il cantante intona Fear of the Dark e noi, in delirio, con lui.

Annunci
Posted in: Other stories