Bloody tales

Posted on dicembre 5, 2010 7:47 pm

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Fa un freddo che taglia l’anima. Nelle mie orecchie urlano i Misfits e mi fanno coraggio. Una colonna sonora un po’ del cazzo ma ho bisogno di imbastardirmi quel tanto che basta. Mi incammino verso la stazione e sono un po’ nervosa. Milano stasera è davvero pessima. E così cupa e triste e irrisolta, mi calza a pennello.

Sto per incontrare te che sei uno sconosciuto e che, tuttavia, pur nel tuo essermi totalmente estraneo, sai di me più di qualsiasi altra persona io conosca. E’ come partire in svantaggio. Non posso bleffare, né tenere da parte le mie carte migliori. Tu sai già tutto. O quantomeno tutto quello che conta.

E io sono nervosa. Non si è mai visto un giocatore di poker nervoso. Non uno che sia durato più di una mano, comunque.

Ci siamo scritti. Un veloce scambio di e-mail. Io apprezzo cosa e come scrivi, tu apprezzi cosa e come scrivo. Se fossi un uomo scriverei esattemente come te. Tu nel tuo essere sconosciuta puoi capire meglio di tanti altri ciò che vorrei dire e che non dirò. Ti leggo e mi fai sentire a casa. La tua disperazione mi ricorda la mia.

Poi, salta fuori quest’idea. Vediamoci. Senza aspettative, se non quella di trovarsi di fronte a un po’ di comprensione e autenticità.

300 kilometri per vedere qualcuno di cui conosci la visione del mondo e le speranze più intime ma di cui ignori l’aspetto e tutte quelle banalità che normalmente si tirano fuori quando ci si presenta. E, soprattutto, per guardare in faccia qualcuno che si aggrappa disperatamente alla vita e cerca ossessivamente la propria svolta romantica, nonostante si trovi quotidianamente ad annaspare nel nulla. Ora non so più se sto parlando di te o di me. Le nostre storie a volte si confondono.

Mi riconoscerai perché verrò con Emil, il mio cane, hai detto. Mentre mi incamminavo verso la stazione, ci ho pensato e mi è sembrata una scorrettezza: tu porti con te i rinforzi, io sono da sola. Ma, in fondo, sola lo sarei stata comunque, anche coi rinforzi. Per un attimo, ti ho invidiato.

Una volta arrivata nella piccola piazza, sono rimasta qualche minuto ad osservarti in silenzio, prima di venirti incontro. Mi è venuta in mente una cosa che mi avevi scritto: Ti avverto, io sono bellissimo. Avevo riso con sincerità mentre leggevo quell’e-mail.  Ora, invece, sono lì a pochi metri da te e ti osservo, i Misfits urlano ancora, ho le mani congelate e penso: Cazzo, non era affatto una battuta.

E’ stato piacevole raccontarmi ed ascoltare raccontarti. Sebbene, a grandi linee fossero cose che entrambi sapevamo già. Guardarti negli occhi così chiari e constatare con sollievo che fossi vero così come mi eri sembrato. Alla fine, mi hai detto che siamo diversi nel nostro essere disperati: che io, diversamente da te, sono salva, perché sembro vedere la luce alla fine di questo groviglio di rovi. E che tu, invece, non hai speranza. Mi ha deluso constatare che tu non avessi capito. Ma, a tua discolpa, forse, il mio malessere è talmente radicato da sembrare naturale.

Ti ha stupito il fatto che io non  amassi particolarmente Ultimo Tango a Parigi. E’ una metafora perfetta dei rapporti umani, hai detto. Ma io, invece, pensavo: Per me i rapporti umani non sono così. Io vorrei sapere tutto di una persona con cui faccio l’amore in maniera così disperata, conoscere ogni dettaglio, perdermi nei suoi particolari più insignificanti, soffocare dei suoi angoli più reconditi. Ma sono più brava a scriverle che a dirle certe cose e ho preferito tacere e non essere ridicola.

Alla fine, mi hai abbracciato. Niente baci finti sulle guance gelate. L’ho apprezzato.

Sono tornata verso casa camminando lentamente e mi è sembrato di averci messo un’eternità. Milano, intorno a me, era squallida così vestita a festa, con le sue precoci luminarie delle grandi occasioni. Ero completamente svuotata. E triste. Certi incontri mi mettono addosso un po’ di malinconia, una volta che sono finiti.

Camminavo lentissimamente e i Beatles mi sussurravano nelle orecchie in maniera perfetta. Ero triste perché non mi sei bastato. In genere, le persone mi stufano. Incontrarne una e non averne abbastanza e non sapere se ne potrai avere ancora, è devastante.

Da quel pozzo di pensieri, mi ha salvato un sms di Andre: Stasera discoteca, ci troviamo tutti là davanti verso mezzanotte. Per un attimo, ho immaginato il locale buio e tutti quei corpi obliati dalla propria coscienza. E ho preferito godermi l’illusione del nostro bell’incontro, evitando di infarcire le sensazioni di quella sera di superfluo vuoto a perdere.

C’è una cosa che hai detto – e non avresti potuto dire niente di più bello: Quando scrivi, in quello che scrivi si intravede il sangue.

No, decisamente non mi sei bastato.

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