Buchi neri

Posted on novembre 26, 2010 1:46 pm

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Edoardo è un buco nero. Lui riesce a far sparire qualsiasi cosa di buono. Non lo fa di proposito, si tratta di una conseguenza naturale: è nella sua natura rovinare ogni cosa.

Il suo è un male di vivere atavico. E’ il retaggio a cui appartiene ad averlo divorato.

Edoardo l’avevo conosciuto a gennaio a una mostra di Hopper. Gli avevo chiesto se sapeva dov’era Nighthawks e lui mi aveva risposto che forse avrei dovuto informarmi preventivamente sul catalogo. Dopo un’iniziale delusione da parte mia, avevamo ammirato insieme svariate serie di pompe di benzina. All’uscita avevamo continuato a chiacchierare, passeggiando nel corso. Faceva un freddo cane. Non gli avevo detto che avevo un fidanzato. Volevo fargli pensare che avrebbe potuto corteggiarmi, se avesse voluto. Un modo come un altro per sfuggire innocentemente alla noia della mia relazione di quel periodo.

Era stata la chiacchierata di quella sera che aveva instillato in me il pensiero di poter ancora prendere la decisione. La decisione di tornare a sentire quel brivido. La decisione che ho preso il mese dopo e senza la quale non sarei qui adesso.

Quella sera parlammo di moltissime cose. Di pittura e di cinema. E di filosofia (lui difendeva appassionatamente Schelling, io, invece, lo massacravo spassionatamente). E dell’amore per la montagna e di quella sensazione che dà l’arrivare in cima: il sentirsi annientati nel corpo e rinati nello spirito. Non mi sembrava vero di poter parlare con qualcuno di tutte quelle cose messe insieme.

Per due settimane ero stata perdutamente innamorata di lui: era colto, brillante e bellissimo. Tuttavia, iniziando a conoscerlo meglio, mi pareva di scorgere in lui una profonda infelicità. Ma Edoardo non lasciava molto spazio a domande sulla sua vita.

Nei mesi che trascorsero dal nostro primo incontro, ci frequentammo in maniera altalenante. Lui viveva momenti di assoluta depressione, periodi in cui il suo telefono era sempre spento e non era possibile contattarlo. Perciò, lunghe settimane senza sentirci né vederci si alternavano a serate fatte di passeggiate pressoché mute per le stradine più recondite della città o di chiacchiere seduti al tavolino del bar sotto casa mia.

Ogni volta, era come confrontarsi con una persona diversa. A volte mi prendeva le mani, diceva che gli piacevano le mie dita sottili e che occasionalmente fantasticava su come lo avrebbero potuto accarezzare. Altre volte, mi diceva di essere stanco di star da solo e che mi voleva bene. Altre volte ancora, diceva che mi desiderava, mi chiedeva di poter salire a casa da me. Immancabilmente, gli rispondevo: Non porto mai nessun uomo a casa mia. Portare qualcuno a casa tua per farci l’amore è come sentirsi intrappolati, non puoi andartene né puoi mandare via l’altro come se nulla fosse. Ogni tanto, mi chiedeva dei miei amanti: Stai scopando con qualcuno in questo periodo? Quante volte hai scopato nell’ultimo mese? Lo diceva con un tono di voce tranquillo, come se mi chiedesse qualcosa di assolutamente irrilevante (e in fondo lo era) e affatto intimo. Quando seppe che il Commercialista veniva occasionalmente a casa mia, Edoardo, per la prima volta, si  mostrò geloso. Perché lui sì? mi chiese. Perché lui è diverso gli altri, mi tratta come se fossi unica al mondo, risposi impassibile. E di me cosa pensi? mi incalzò lui. Di te, penso che tu voglia essere salvato e che sia convinto che io possa e voglia salvarti.

Ciò che mi raffreddava nel mio rapporto con Edoardo era che, man mano che lui si apriva e mi raccontava di sé, mi rendevo sempre più conto di quanto ingestibile fosse. Gran parte del fascino di una persona sta nel suo essere sconosciuta. L’innamoramento di per sé nasce da una proiezione di ciò che potrebbe essere, non potendo sapere cosa sarà. Sapere di lui, mi permetteva di abbattere progressivamente qualsiasi fantasia. Nonostante ciò, non riuscivo a rinunciare al nostro rapporto.

I fatti – che ero riuscita a mettere insieme nell’arco di diversi mesi, come fossero minuscoli pezzetti di un mosaico – erano più o meno questi. Lui  apparteneva a questa ricchissima famiglia di industriali ed era cresciuto nell’alta società cittadina, aveva frequentato scuole di prestigio, girato il mondo e, in generale, vissuto i suoi primi venticinque anni in maniera dissoluta, irresponsabile e viziosa. Una notte si era andato a schiantare con la sua costosissima auto: lui aveva riportato danni più o meno lievi mentre, dei due amici che erano con lui, uno era morto e l’altro era rimasto paralizzato. Da quel momento, era iniziata una fase discendente, fomentata dal senso di colpa per l’incidente, da un’infelicità di fondo dovuta all’ambiente patinato e superficiale in cui era cresciuto e dagli studi di filosofia. Viveva confinato in un immenso appartamento nel centro storico, andando avanti grazie ad antidepressivi e cocaina, passando le giornate a crogiolarsi nel suo odio verso la vita. Era un ragazzo perso e disperato. La sua fidanzata, esasperata, non aveva più voluto vederlo. I suoi amici altolocati avevano preso le distanze da lui. La sua famiglia cercava di tenerlo lontano il più possibile dalla mondanità e non era da escludere che si vergognassero di lui. E, in breve, era completamente solo. Questo inferno, negli anni, era stato intervallato da tre o quattro tentativi di suicidio, l’ultimo dei quali il mese prima.

Ti saresti ammazzato e io non lo avrei mai saputo, giusto? Avrei chiamato invano un telefono muto. O forse l’avrei letto nella cronaca locale. Mi merito davvero questo? Mi ricordo che avevo urlato. Stavamo passeggiando per le viuzze morte nel quartiere degli antiquari.

Avevo solo bisogno di dormire e non pensare, aveva risposto lui nel suo tono distaccato. Credere inizialmente che mi avresti voluto e ora capire che non mi vorrai mai, oltre a farmi un male cane, ti esclude a priori dal renderti partecipe della mia vita. Conoscerti mi aveva fatto ancora sperare, dopo tanto tempo, di poter essere amato. Ho pensato che se fossi stato amato incondizionatamente avrei potuto stare meglio e riprendere il controllo di ogni cosa. Ma tu non mi volevi perché mi nascondevo, non riuscivi a capire chi io fossi. Allora, ho pensato di dirtelo: alle donne fa effetto quando dico loro il mio cognome. Loro mi chiedono con finta indifferenza se si tratta di un caso di omonimia e io sottolineo che non è così. E da quel momento, si comportano in maniera diversa. Se prima erano loro a tenere in mano la nostra relazione, da quel momento a tenerla in mano sono io. Farebbero qualsiasi cosa pur di non perdermi. Ho pensato che con te sarebbe valsa la pena di rischiare, di rischiare che tu mi volessi anche se soltanto per i soldi della mia famiglia. Tu sei indipendente e determinata, forte e passionale e avresti potuto essere la mia àncora.

Il suo viso era così triste che mi ero sentita anch’io improvvisamente pervasa da una tristezza atavica.

Edoardo, io sono già troppo presa a salvarmi da me stessa e non posso innamorarmi di te solo perché tu ne hai bisogno, gli avevo detto, guardando di lato.

In fondo, come te, anche io sono un buco nero, ci inghiottiremmo a vicenda e non resterebbe davvero più nulla. Ma questo lo pensai soltanto, non ebbi la forza di dirglielo.

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