If I leave here tomorrow, would you still remember me?

Posted on settembre 6, 2010 8:20 am

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– Tosto, a ventitré anni – dico io.

– A ventitré anni, cosa? – mi chiede Marco.

– Qui c’é scritto che Francesca si è suicidata a ventitré anni – preciso io.

– Ma ne sei certa?

– Millenovecentottantuno. Ottantuno meno cinquantotto fa ventitré.

– Ma sei sicura?

– Mi guadagno da vivere investendo milioni di euro altrui e vuoi che non sappia fare una sottrazione?

– Non so, mi sembra comunque strano.

Guardiamo le foto di Francesca. Nella stanza non c’è abbastanza luce e devo avvicinarmi a ciascun ritratto per riuscire a coglierne i particolari grotteschi. Fino a ieri, ignoravo completamente chi fosse lei. Poi, Marco mi aveva chiesto di accompagnarlo. E Marco mi piace. Molto. Purtroppo, a lui interessa soltanto l’arte o non gli interesso io o entrambe le cose. Ma, dal mio punto di vista, si tratta di particolari trascurabili.

Marco tiene in mano un opuscolo della mostra e lo commenta: Sembra redatto da un portavoce della maggioranza, qua c’è scritto «Ha abbandonato volontariamente la vita».

Le foto sono disturbanti. Scenari sudici e squallidi, il corpo di lei esposto fino all’ossessione, nature morte, animali impagliati o parti di essi. Non si può convivere con questo per sempre. Gettarsi da un palazzo è stato un modo qualsiasi di liberarsi dagli incubi. Cosa si prova nell’attimo in cui ci si lancia irrimediabilmente nel vuoto, un istante prima di schiantarsi contro il suolo, quando ormai non si può più tornare indietro? Pentimento, rammarico, rimpianto, nostalgia, liberazione, curiosità, incredulità, paura? O chissà cos’altro. A ventitré anni.

Ci sono le foto di Charlie, il suo modello. Un uomo più anziano di lei, nudo, con un’enorme pancia a coprirgli le pudenda. In una foto ridono insieme, svestiti, in uno scenario sudicio e disadorno. Non mi stupirei se fosse stato il suo amante, dico io. Come insegna il dottor House, la muffa può intaccare il cervello, dice Marco. Anche stavolta, non riesce a farmi ridere. Ci soffermiamo davanti a uno schermo. Francesca gioca con dei grandi fogli di carta. Li usa per coprirsi e poi li rompe lentamente per mostrare quello che c’è sotto: quel suo corpo che ormai conosciamo a memoria.

Per mezz’ora, Francesca è la burattinaia delle mie angosce. Marco dice che l’arte è tale solo quando riesce a scatenare delle emozioni vigorose. Ma l’angoscia può essere considerata un’emozione?

Poi, finalmente, andiamo via.

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Posted in: Marco