Ritorno a casa

Posted on agosto 23, 2010 7:27 am

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Anche se di rado, mi capita di dovermi confrontare con le mie radici. Sono nata in un’anonima località di villeggiatura. Per i primi diciotto anni della mia vita mi sono ritrovata stretta tra mare e colline. Ho avuto il mare sotto gli occhi ogni giorno, con qualsiasi tempo e qualsiasi temperatura. Forse per questo motivo, adesso preferisco la montagna.

Coloro che sono andati via dal paese e poi vi sono tornati, raccontano tutti lo stesso aneddoto. Di com’era bello quando – tornando a casa per le vacanze – il treno usciva dalla galleria e il loro sguardo veniva catturato dallo strapiombo sul mare, poi dalle barche candide ormeggiate nel porticciolo e infine dalle ampie spiaggie di sabbia e ciottoli. Raccontavano, accorati, che veniva loro un groppo in gola e sentivano le lacrime agli occhi. La solita melodrammacità dei miei conterranei. Io, di rado, ho preso il treno per andare al paese e, ogni volta, ho provato anch’io ad affacciarmi al finestrino ma, per quanto mi sia sforzata, il groppo in gola non mi è mai venuto, figuriamoci il magone. Non ho fatto altro che progettare la fuga, in ogni singolo giorno della mia adolescenza insulsa ed abulica. Se anche piangessi, le mie sarebbero lacrime di coccodrillo.

Ogni volta che torno, mi sorprendo a notare che tutti coloro che ho lasciato lì sono andati avanti senza di me. I miei genitori più vecchi e fragili, mio fratello passato da adolescente problematico a brillante professionista, le mie compagne di scuola diventate madri, i ragazzi della mia età perlopiù sposati. Resto sgomenta quando incontro qualcuno per strada e non riesco a ricordarne il nome. Mi infastidisce sentirmi dire che ho perso l’accento della mia terra e ho preso quello della grande città. E’ strano non avere più nulla da dirsi, è strano che “gli amici di sempre” siano diventati con il tempo un miscuglio di ricordi e affetto e nulla più.

Molte cose al paese sono cambiate. La libreria in cui ho trascorso tanti pomeriggi e investito gran parte delle mie paghette non c’è più e la signora Edvige, la libraia, chissà che fine ha fatto. Il centro è invaso da aree pedonali. C’era un bosco dietro la ferrovia – da piccola ci andavo a raccogliere le more selvatiche – ora, al posto del bosco, ci sono delle villette a schiera. La domenica pomeriggio andavamo a vedere delle rissose partite di calcio tra squadre del comprensorio (in quelle squadre giocavano i nostri fratelli, i nostri morosi, i nostri amici), oggi sono di moda le partite di basket (dove, a fare da attrazione, vi sono sconosciuti spilungoni dell’est europeo che sudano copiosamente su un parquet). C’era una villa antica e cadente davanti a casa mia e  io e gli altri bambini del quartiere, da piccoli, ci intrufolavamo dentro per giocare e dar la caccia ai fantasmi; oggi l’hanno sventrata: ne ricaveranno un bel condominio. I giardinetti comunali (habitat naturale di pantegane di rara grandezza) dove avevano avuto luogo le nostre prime trasgressioni adolescenziali (pomiciate più o meno timide, sigarette fumate in gruppo, versioni di greco ricopiate in bilico sulle panchine, dichiarazioni d’amore, complotti scemi) sono stati riprogettati, sfoltiti, disinfestati e riempiti di scivoli e altalene. D’estate facevamo i falò sulla spiaggia, io suonavo la chitarra e gli altri si innamoravano e flirtavano, adesso, la sera, le spiaggie sono nere quasi quanto il mare.

Altre cose sono rimaste identiche. La mia vespa verde chiaro che continua a tener botta nonostante il passare degli anni. Le vasche in centro il sabato sera. Le rare nozioni di guida degli automobilisti locali. Il telegiornale locale che in ventanni non ha cambiato né i giornalisti né la scenografia né i servizi insulsi. I pini marittimi che continuano imperterriti a vomitare resina. E poi, ovviamente, c’è Cosimo, una storia sempre uguale da oltre quindici anni, ma ci vorrebbe un capitolo a parte.

Ogni volta è strano tornare, sentire che quasi nulla è più lo stesso, che anche io sono diversa. Tuttavia, quando mi sento pervasa da questo senso di sradicamento, mi metto a pensare ai primi diciotto anni della mia vita e i ricordi sono così vividi ed emozionanti che per un attimo mi illudo che niente potrà davvero cambiare finché riuscirò a mantenerlo chiaro nella parte più profonda e pura di me.

Oltre a ciò, posso affermare di aver trovato il mio posto nel mondo e che esso è altrove, lontano da qui. E’ andata in questo modo. Era così che volevo che andasse. Le mie origini me le porto dentro, insieme a tutti i ricordi ed altra robaccia.

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