Julie e la scoperta della settima arte

Posted on luglio 7, 2010 12:52 pm

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Andrea aveva lasciato Julie per telefono, diversi anni or sono, alla vigilia di un lungo fine settimana che avrebbero dovuto trascorrere insieme fuori città. Non le aveva detto il motivo della separazione ma soltanto che era meglio lasciarsi e che dovevano evitare di vedersi in futuro. Da quel momento e per i mesi successivi, furono diversi gli stati d’animo che Julie provò: stupore, incredulità, tristezza, disperazione, rassegnazione, accettazione. Alcune mattine si dimenticava addirittura di mettere il tailleur, la camicia bianca e le scarpe con il tacco e si presentava in ufficio in jeans, maglione e scarpe da tennis. Questa mise suscitava le ire di Viola – detta Violence, per via di un carattere non proprio mite – la sua integerrima e aggressiva responsabile. Julie tu non sei una stagista. Noi ti paghiamo e pretendiamo che tu abbia una certa decenza nel vestire. Julie annuiva o si stringeva nelle spalle. Violence si incazzava ancora di più.

I week end erano ancora peggio. Julie si barricava in camera propria, le persiane chiuse, navigando su internet, piangendo a intervalli più o meno regolari, guardando le foto di Andrea e ascoltando Don’t know why di Norah Jones in loop.

In quel periodo, Julie viveva in una palazzina fatiscente situata nei pressi dell’università. Condivideva un vecchio appartamento (le cui pareti probabilmente avevano visto l’ultima mano di bianco negli anni ’60), con un numero imprecisato di coinquilini: non era semplice contarli – cambiavano di frequente. Tra di loro, c’era un giovane studente di cinema. Una sera, Julie era uscita dalla propria camera ed era entrata nella cucina-soggiorno che condivideva con gli altri ragazzi. Il coinquilino si stava preparando per un esame e stava guardando un dvd, Due o tre cose che so di lei. Julie si era seduta accanto a lui e avevano guardato il film in silenzio. Quel vecchio film dalla trama bizzarra, recitato per di più in lingua francese, aveva fatto un effetto strano a Julie: per la prima volta, dopo alcuni mesi, era riuscita ad alienarsi dai propri problemi e non un solo pensiero triste le era passato per la mente.

Da quel giorno, Julie prese l’abitudine di guardare 5 o 6 film per week end. Per quanto bizzarro, si trattava sempre di un appiglio: lei si lasciava trasportare dalle storie di personaggi  immaginari e ogni volta diversi, evitando di doversi confrontare con la propria vita e constatare che una parte importante della stessa era perduta per sempre. Ogni sabato mattina – verso le 10 – il commesso della videoteca se la trovava davanti. Lei si aggirava per gli scaffali con fare pensoso. Poi posava il mucchio sul bancone. Il commesso era incuriosito ma lo sguardo grave di Julie lo tratteneva dal fare domande. Alle volte, lei gli chiedeva di procurarle titoli misconosciuti. Lui si annotava tutto e la settimana dopo Julie tornava puntuale a ritirarli.

Ogni tanto, le piaceva andare al cinema, al primo spettacolo del sabato pomeriggio. Aveva scoperto casualmente un piccolo cinema d’essai, situato in una via del centro, seminascosto da edifici imponenti. Entrandoci, a Julie sembrava di viaggiare indietro nel tempo: la sala poteva contenere meno di un centinaio di posti, i muri erano scrostati, lo schermo vetusto, le poltroncine piccole e scomode e vi era un unico bagno da cui si accedeva da una porticina accanto allo schermo. Gli spettatori, soprattutto a quell’ora, erano sempre pochissimi. Dopo un po’, la vecchia cassiera aveva preso l’abitudine di chiamarla per nome e di staccarle il biglietto sorridendo. Julie si informava della sua salute e le sorrideva a sua volta. Poi, quando lei usciva dalla sala, la cassiera le chiedeva invariabilmente Allora, signorina, com’era il film? Le è piaciuto? E Julie, ogni volta, rispondeva educatamente Proprio bello, signora. La vecchia cassiera sorrideva soddisfatta. Subito dopo, Julie si ritrovava all’aperto e si perdeva pensierosa tra la marea di persone che a quell’ora affollavano quell’arteria del centro.

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