Il primo lavoro non si scorda mai (Ferro Azzurro ama Anacott Acciaio)

Posted on luglio 1, 2010 12:59 pm

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Appena terminata l’università – ancora non sapevo cosa avrei voluto fare da grande – per un periodo mi sono guadagnata da vivere lavorando come trader.  Il lavoro del trader è un lavoro balordo: la mattina si arriva in ufficio molto presto – sette, sette e mezza – per verificare la chiusura delle borse asiatiche ed essere pronti all’apertura delle borse europee, le pause pranzo sono rarissime perché i dati macroeconomici più rilevanti vengono diffusi sempre alle due del pomeriggio, le fasi orso del mercato portano con sé noia ed abuso di Maalox, si impiegano ore a strutturare prodotti improbabili o a fissare grafici individuando supporti e resistenze. L’ufficio, in gergo sala operativa, è uno stanzone dove i trader convivono con altre figure più o meno oscure: i sales e i negoziatori. La sala operativa non è mai silenziosa: è un continuo susseguirsi e sovrapporsi di telefonate e squilli di telefono. Tuttavia, dopo qualche tempo ci si abitua a tutto quel rumore e si finisce per non sentirlo più.

L’attività del trader non è poi così dissimile da quella del giocatore d’azzardo: si scommette e si vince o si perde. Con due differenze. La prima è che il giocatore d’azzardo dispone solo d’intuizione e fortuna, mentre il trader ha a propria disposizione due ulteriori elementi: l’analisi tecnica e l’informazione macroeconomica. La seconda è che il giocatore d’azzardo matura una dipendenza, invece il trader professionista rimane distaccato, qualsiasi cosa succeda – e se così non fosse non sarebbe un professionista.

Quel primo – per me straordinario – lavoro mi ha dato tre regole, che poi sono diventate parte di me: 1) mantenere sempre un certo distacco e una considerevole freddezza davanti all’imprevedibilità degli eventi, 2) fissare a priori un limite al ribasso, raggiunto il quale va insidacabilmente chiusa la propria posizione, 3) il rischio è la parte inevitabile di ogni scommessa e non si può prescindere da esso. E’ un retaggio che continuo a portarmi dietro. Tre regole che spiegano efficacemente la mia vita.

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