In viaggio – parte seconda

Posted on giugno 26, 2010 2:03 pm

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Quando rientrai in Italia, Ferragosto era prossimo. La città era semideserta, calda e umida e l’asfalto sui marciapiedi era tanto molle che, se ci si soffermava in un punto, vi restava l’impronta della scarpa. Fuori dal collegio c’era una suora che spazzava. Aveva uno di quei vestiti grigi di frescolana e mi sono chiesta come facesse a non sentire quell’afa. Mi ha guardato con durezza, come sempre. Ha detto tre cose e me le ricordo come fosse oggi: Ah sei tornata! (con indifferenza) – Abbiamo aperto la tua dispensa e vi abbiamo trovato le termiti (con disprezzo) – Il collegio riapre a settembre (con aria di sfida). Io ho solo pensato Sono stata un’idiota a non svuotare la dispensa sapendo di star via tutto quel tempo e ho detto Faccio solo una doccia e poi riparto, non come se fosse una richiesta ma un’affermazione. Mi sentivo svuotata da emozioni, sentimenti, desideri e aspettative. Mi sembrava di averle sparse lentamente come tante briciole lungo il mio cammino, quasi come una traccia per riuscire a tornare. Solo che sapevo che in quei luoghi meravigliosi non sarei più tornata o che comunque non sarebbe più stata la stessa cosa.

Ho fatto il viaggio fino a casa dei miei genitori su un treno lurido, in piedi, schiacciata da una moltitudine di vacanzieri del Ferragosto, respirando un’aria maleodorante. Per tutto il tempo in cui sono rimasta a casa dei miei, mio padre non mi ha rivolto la parola e così è stato per i sei mesi successivi. Ha ripreso a parlarmi solo nel giorno della mia laurea.

In seguito, ci sono stati viaggi più brevi, in luoghi più o meno lontani e più o meno esotici. Mi restano frammenti confusi. Immagini sfocate. Odori appena accennati. E’ come se questi viaggi non li avessi mai fatti, tanto è vago ed insignificante il ricordo. Certe esperienze ti cambiano così profondamente che tutto quello che verrà dopo non avrà più importanza o avrà un’importanza diversa.

Tornare in Italia, finire gli studi, sostenere colloqui di lavoro ai limiti della farsa, lavorare 12 o 14 ore al giorno e a volte non tornare neppure a casa, amare Andrea, avere 24 anni e sentire che i giochi sono finiti, respirare a piene mani le proprie passioni, metter su casa, riempire gli armadi di tailleur neri e camicie bianche, cenare alle 11 di sera da sola fissando il muro, amare Paolo, avere 26 anni e sentirsi intorpidita. E’ stato come chiudere gli occhi e riposare mentre il pilota automatico guidava per me. Spingevo fino al limite senza fermarmi mai, eppure non andavo avanti di un passo.

Poi un giorno, all’improvviso, balena nella mia testa l’idea di fuga, a 28 anni intuisco finalmente qualcosa che cambierà tutto, di nuovo e repentinamente. Il viaggio può essere dentro di noi e c’è un mondo interiore tutto da scoprire.

Quando parlo di me, dico spesso che vorrei tornare a viaggiare e che questo desiderio, in tutti questi anni, mi ha tenuto compagnia. Ma non sono completamente onesta, perché, in fondo, un viaggio lo sto facendo, anche se interiore, apprezzando i particolari e le piccole cose, vivendo ogni situazione e sensazione come se potesse non tornare più. Ho tanti compagni di viaggio, vecchi e nuovi, di alcuni so tutto e di altri niente, alcuni so che ci saranno sempre, altri vorrei che non mi lasciassero mai ma so già che il distacco sarà inevitabile.

Sono di nuovo viva.

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