In viaggio

Posted on giugno 25, 2010 6:29 pm

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Pensando al periodo immediatamente precedente al mio ingresso nel mondo adulto, il ricordo più intenso che mi resta è quello di un lungo viaggio improvvisato e senza meta.

Ho ancora negli occhi quei luoghi bellissimi ed insoliti, mi ricordo la natura sfacciata e vistosa, le spiagge selvagge e il colore di certi tramonti sul mare. Mi ricordo che lo zaino pesava durante i primi giorni, ma poi era diventato come un’appendice naturale, era la mia casa e la fonte delle mie risorse. Penso ai vestiti lavati con il sapone di marsiglia dentro angusti lavandini di spartane guest house e agli hot dog mangiati alle 8 di mattina nei 7-Eleven. Dopo ogni tappa ero solita annotare le mie sensazioni in un piccolo quaderno: non sempre parlavo dei posti, a volte descrivevo un viso o un’espressione che avevo colto per strada o in un tempio, narravo nei dettagli di qualcosa che avevo mangiato o che avevo visto cucinare o di un odore di spezie che avevo sentito.  Sulla copertina del quaderno era stampato un dipinto di Monet, ma non ricordo più quale.  Ho potuto portare con me pochi libri, li ho centellinati e li ho riletti quando non riuscivo a prendere sonno o quando ero alla ricerca di un labile compromesso tra ciò che dovevo essere e ciò che avrei voluto, trafitta dai sensi di colpa per il desiderio di restare lì e non tornare più. Ricordo una telefonata fatta a casa e la voce incazzata di mio padre. Non avevo rispettato i patti, mi sarei dovuta iscrivere all’università di una città asiatica a migliaia di chilometri da lì e invece mi stavo aggirando in altri luoghi, vestita da stracciona, fermandomi nelle lounge degli hotel e attaccando bottone con giovani europei come me per non proseguire il viaggio da sola.

E poi un giorno sono partita e sono andata dove avrei dovuto trovarmi fin da subito, ho frequentato quell’università, ho vissuto marginalmente quella città dall’architettura mutevole, disordinata e angosciante, ho odiato il suo caos, i suoi paradossi, il suo cielo grigio e il suo fiume color fango.

Quando pensavo a cosa mi mancava di quello che avevo lasciato, mi venivano in mente sciocchezze come il sapore del pad thai preparato per strada e mangiato in piedi, i bicchieri di una guest house che avevano stampate sopra bizzarre posizioni del Kamasutra, la Lonely Planet che aprivo a caso per scegliere la prossima destinazione e che poi era stata scambiata con chissà cos’altro in una bancarella di libri spiegazzati, un santuario in mezzo alla foresta, una piccola isola a forma di otto, un temporale e poi tre arcobaleni che si stagliavano a raggiera contro il cielo pumbleo.

A volte mi sembra di non essermene mai andata.

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