Talento e tenacia

Posted on giugno 22, 2010 5:42 pm

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Mi sono sempre contraddistinta per una assoluta mancanza di talento e tenacia. Da ragazzina, mi accorgevo, con un misto di invidia ed ammirazione (con prevalenza di invidia) che i miei coetanei avevano delle passioni e che le portavano avanti eccellentemente: sport, danza, ginnastica, canto, musica. Io al contrario non avevo alcun talento o passione e ogni cosa iniziata veniva presto abbandonata e dimenticata. Non sono mai stata paziente, né abbastanza tenace da riuscire a portare fino in fondo qualcosa. Davo a me stessa un tempo limite – in genere di qualche mese o anno – alla fine del quale, un po’ per il sopraggiungere della noia, un po’ per l’effettiva mancanza di talento, mollavo tutto definitivamente.

Ho frequentato per anni una classe di ginnastica artistica. Io ero una di quelle bambine brutte e goffe, magre come un chiodo, prive della minima coordinazione nei movimenti. E sono cose che anche a otto anni si capiscono: vedi le altre muoversi con grazia, poi ti osservi mentre ti agiti davanti a uno specchio e ti rendi conto di come stanno crudelmente le cose. Soppiantata la ginnastica artistica, ci sono stati prima il tennis, poi la chitarra classica e infine lo sci. Tutte passioni finite troppo presto, per colpa mia o altrui.

Tuttavia, se nell’arte e nell’attività fisica quella predisposizione naturale che viene definita talento è alla base dell’eccellenza, nella vita sono bastevoli la costanza e l’applicazione. Ma anche di queste due doti ero assolutamente carente.

A scuola, ad esempio, ero piuttosto mediocre. Non amavo sprecare i miei pomeriggi a studiare. Con il senno di poi, ero una spanna oltre i miei coetanei: a 11 anni leggevo già Tolstoj e Dostoevskij, a 13 Joyce e Svevo, a 15 durante le lezioni di letteratura ascoltavo distrattamente parlare delle biografie e delle opere di autori che avevo già letto. Eppure ero ben lungi dall’essere la prima della classe. Studiavo meno del necessario. In genere, il pomeriggio, a casa, tenevo un romanzo nascosto tra i libri scolastici e mi nutrivo di narrativa  e,  per me, quelle parole stampate erano tutto. Poi, non appena il tempo che avevo passato a fingere di studiare poteva sembrare sufficiente, uscivo con la mia vespa, giravo per le colline e andavo a caccia di tramonti da fotografare.

Sono stata una delle persone più svogliate che abbia mai conosciuto.

Anche all’università non brillavo. Naturalmente, mi ritrovavo regolarmente a studiare durante gli ultimi giorni prima dell’esame ed ero talmente timida che all’orale mi esprimevo con difficoltà e talmente ansiosa che allo scritto andavo nel panico. Sono stata pressoché invisibile durante la specializzazione: una classe piena di uomini che si riempiva la bocca di nomi altisonanti ed esotici come Goldman Sachs, Merrill Lynch o Bear Sterns. Loro erano brillanti, con le loro medie ponderate del 29, il futuro già spianato e i numerosi colloqui da fare nella City. Io, il mio prestigioso lavoro l’ottenni semplicemente perché il director e il manager che mi fecero il colloquio mi trovarono simpatica e perché, per policy aziendale, necessitavano di almeno un’analista donna: a quei tempi, sapevo a malapena cosa fosse un Ebitda ma li avevo fatti ridere.

Devo ringraziare quel mio lavoro, perché mi ha portata ad essere quella che sono oggi: una persona determinata e tenace, ambiziosa e brillante e perché mi ha fatto scoprire che in fondo ero dotata di talento per qualcosa. Penso alle innumerevoli pause pranzo da sola, agli altri analisti che mi consideravano mediocre e che mi evitavano perché donna, alle notti passate in ufficio a terminare infinite presentazioni, alle umiliazioni subite solo a beneficio dell’affermazione del concetto di gerarchia, alle improvvise ed a volte lunghe trasferte in giro per l’Italia. Sono stati 5 anni duri ma alla fine un po’ per spirito di sopravvivenza, un po’ per orgoglio e un po’ grazie alla passione crescente per quello che facevo, il talento è venuto fuori e con lui la determinazione. E sono finalmente diventata ciò che mi aveva sempre un po’ dispiaciuto non riuscire ad essere.

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