Ciò che ti frega sono gli oggetti.
I ricordi è facile confonderli, fraintenderli, sfocarli. Ma gli oggetti sono immutabili e perfidi.
Ho ammucchiato con rabbia le lenzuola su cui ci siamo amati l’ultima volta – io e chi? – e le ho ancora martoriate in lavatrice a novanta gradi. Perché il loro azzurro non faceva che ricordarmi il colore dei suoi occhi quando lui restava a guardarmi e io non capivo. Detersivo, disinfettante, candeggina. Per me, il suo odore non se ne sarebbe andato mai e quella tonalità di azzurro non sarebbe sbiadita mai.
Teresa è di là, spalmata sul mio divano, a dar fondo alla riserva d’emergenza di cioccolata. Tanto tu aspiri a una taglia quaranta scarsa, mi ha detto. E poi, ha aggiunto, seria: Ti sto facendo un favore.
Il lettore dvd è impegnato da qualche ora nella riproduzione di una serie di film di Tarantino. Una domenica al mese, io e Teresa ci inventiamo queste maratone cinematografiche: ci spariamo due o tre film di fila – a volte anche quattro. Non mi dispiace avere gente per casa, di tanto in tanto: mi fa illudere di essere una persona normale. Io che mi sono sempre sentita come se la vita fosse una festa sfarzosa a cui non sono stata invitata e mentre gli altri sono dentro e sembrano divertirsi immensamente, io resto a sbirciarli da fuori. Anche Teresa, una volta, mi ha confessato di sentirsi così. Una confessione estorta, una notte di tanti anni fa, verso il termine di una festa: non eravamo ancora svenute per l’alcol ingerito ma eravamo in procinto di esserlo. E non si riesce ad essere disonesti quando nelle proprie vene circolano plasma ed alcol in parti uguali.
Apro l’oblò. Non posso continuare a lavarle per sempre, queste lenzuola. Mi rannicchio nello stanzino della lavatrice, la testa tra le mani. Non ho altra possibilità che gettarle, penso. Con la stessa disinvoltura – lieta incoscienza? – con cui getto qualsiasi opportunità di redimermi da questo deserto che continuo ad attraversare e che non finisce mai.
Alzo gli occhi. Teresa mi fissa. Siamo in penombra. Lei in piedi. Io seduta con le ginocchia al petto e due dita a picchiettarmi la fronte. Le lenzuola per metà fuori dalla lavatrice. Un odore deciso che ci avvolge (odore di lavanda, direbbe lei; odore delle mie intuizioni da due soldi, direi io).
Che c’è? mi chiede Teresa.
Dovrò buttarle via, dico io, guardando quella massa di cotone informe.
Lei si stringe nelle spalle. Le mie stranezze non sembrano colpirla più di tanto. Né a me colpisce la sua mancanza di turbamento.
Lei si stringe nelle spalle e, se non fosse per questo suo movimento, saremmo quasi due statue immote. Fuori è già buio e, ormai, lo è anche dentro casa. D’un tratto, senza preavviso, lei interrompe quel silenzio inebriante, disperdendo, al contempo, le nostre pose perfette e teatrali. Lei dice: Julie, scusami, ma io non ho ancora capito una cosa. Ma di tutti questi uomini che ti ronzano intorno, è possibile che non ce ne sia stato uno – dico almeno uno – che ti sia andato bene?
Io le sorrido disperata. Lei mi tende una mano e aggiunge: Va bene, se vuoi ci penso io alle lenzuola, quando vado via.
Afferro la sua presa fatta di dita sottili e mi alzo facendo leva su di lei. Di là, in soggiorno, sullo schermo, Harvey Keitel, vestito elegantemente, tiene in mano un irrigatore da giardino. Io e Teresa, illuminate solo dalla luce dello schermo, sedute scompostamente su un vecchio divano rosso, ci rimettiamo a guardare – come lo guardassimo per la prima volta – quel vecchio film che conosciamo a memoria. Ci dividiamo equamente la cioccolata rimasta.

CheTincazziAFare
gennaio 12, 2011 2:25 pm
Tu con gli uomini hai lo stesso rapporto che ho io con la chitarra: mi piace da impazzire ma non riesco a suonarla come vorrei.
Julie Kohler
gennaio 13, 2011 9:34 am
Una similitudine azzeccata.
il Piergi
gennaio 16, 2011 11:58 am
Per fortuna ogni tanto ci sono uomini che riescono a suonare Julie come vorrebbe. C’è ancora speranza.
Julie Kohler
gennaio 16, 2011 12:39 pm
veramente è il contrario. sono io quella che non sa suonare. a parte la chitarra.
il Piergi
gennaio 16, 2011 4:03 pm
Sí, esattamente quello che ho detto. Julie viene suonata bene, siamo a metà dell’opera, ¿no?
CheTincazziAFare
gennaio 17, 2011 4:21 pm
Lo sapevo che dovevo studiare musica fin da piccolo
il Piergi
gennaio 12, 2011 2:43 pm
Bello. Proprio brava.
Fanne un’altra versione con un finale diverso per i lettori maschi (la maggioranza, pare): la penombra, due donne deluse dagli uomini, la cioccolata come surrogato di un po’ di affetto sincero . . .
Anzi, no, la faccio io
Julie Kohler
gennaio 13, 2011 9:50 am
E’ vero, i lettori maschi sono la maggioranza. Il perché è piuttosto semplice.
Immagino che, in generale, per una donna, la concezione di romanticismo che esprimo sia poco condivisibile. Diverse donne tendono ad ostracizzare le altre donne che non posseggono l’ipocrisia di etichettare qualsiasi cosa con le diciture “amore”, “cuore”, ecc. Quella piega erotica o cinica che a volte prendono i miei racconti è inaccettabile per queste Girls in Wonderland; specularmente è proprio la stessa piega che attrae gli uomini (tu stesso – scherzando o forse mica tanto – accenni a un mancato risvolto erotico).
Ma è soltanto un mio ragionamento.
Diario Supernova
gennaio 13, 2011 9:59 pm
qui ronzano uomini come da me ronzano donne. Tu sei donna io uomo. Non basta questo?
Invidio Teresa, belle queste maratone,belle queste amicizie. In un certo punto sembrava stessi virando sul lesbo. Però no, meno male!
Julie Kohler
gennaio 13, 2011 11:12 pm
a quanto pare quella svolta non eri l’unico ad aspettartela… e invece… no, non sono così prevedibile, dai…
per quanto riguarda le tue groupie, ammetto che si tratta di un fenomeno appassionante nella sua varietà ed originalità. alla fine, io, in quanto donna, vengo garbatamente contattata; tu in quanto uomo – e quindi bene scarso – vieni sfacciatamente assediato.
Rachele
gennaio 21, 2011 2:24 pm
bello sapere che le amiche di nome Teresa non salvano soltanto me, in questi giorni bui. Teresa è proprio un nome bello: sa di protezione.
ChuckIrvine
febbraio 10, 2011 10:34 pm
Non dirmi che il film è Pulp Fiction, perché mi pare di aver capito questo. Questo racconto merita, davvero, lo dico perché lo sto leggendo dopo che hai scritto di quell’affare della scrittura creativa
Julie Kohler
febbraio 10, 2011 11:38 pm
sì è Pulp Fiction, bravo!
il racconto vero – se ti interessa – l’ho inserito nei commenti al post “Sociopatica”.