Da qualche giorno, ho realizzato quanto sarà lungo questo inverno.
Camminavo verso casa, sotto una pioggerellina fine mista a neve e il mio ombrello rotto ormai giaceva in un cestino dei rifiuti a qualche kilometro da lì. Ogni mio respiro era sottolineato da una nuvoletta di vapore e il cielo era eccessivamente pallido. E’ stato esattemente in quel momento, ai margini di un viale trafficato, in un cupo giorno qualunque, che mi sono resa conto che non ho nulla da aspettare. E’ l’attesa che fa scorrere via veloci i giorni e le ore. E io, purtroppo, non aspetto niente né nessuno.
Non aspetto più L. Lui, qualche giorno fa, mi ha chiamato e mi ha chiesto di vederci, rimangiandosi le sue ultime parole. Non l’ha detto, ma gli fa rabbia non avere più alcun potere su di me. Sono mesi che evito le sue provocazioni ritrite e quei giochi di cui conosco già il finale. A quanto pare, non gli bastano più le sue amiche ventenni taglia trentotto con il cervello part-time. Non si capacita di non riuscire più ad esercitare nessuna influenza su un bersaglio facile come me (dieci anni in più, una taglia in più e una consapevolezza disperata). Semplicemente, ha nicchiato troppo, ha creduto erroneamente che io sarei stata sempre ad aspettarlo e che avremmo giocato all’infinito. Ha prosciugato tutta la mia passione. Adesso, riesco a scorgere in lui solo un mio coetaneo presuntuoso, superficiale ed annoiato. Nient’altro. E non si può mica giocare con un avversario così, sciuperebbe tutto il divertimento.
Non aspetto più l’amore e mi viene in mente cosa ho già perduto. Di questi tempi, quattro anni fa, Andrea mi aveva lasciato. Qualche giorno dopo, per Sant’Ambrogio, era venuto a trovarmi, aveva ripreso le sue camicie che regolarmente lavavo e stiravo con cieca dedizione, mi aveva scopato per l’ultima volta e poi se n’era andato per sempre. In questi giorni, penso con distacco al dolore lancinante che provai allora (come se si trattasse del dolore di qualcun altro) e mi chiedo se lui sia felice nel luogo in cui è ora – a centinaia di kilometri da qui – e se, al posto mio, sta rendendo felice una vietnamita di quaranta chili o chissà chi.
Questo periodo è un po’ particolare per me. Non mi ricorda soltanto la perdita di Andrea. Mi ricorda anche l’incontro con Paolo, lui che mi abbraccia in mezzo a una piazza gremita di gente e poi un bacio passionale, tanto passionale che dopo le mie gambe tremavano. Mi ricorda la fine del mio periodo fiorentino, le passeggiate per le straduzze deserte nelle sere gelate, tutta quell’arte sfrontatamente esibita in ogni dove e un’occasionale punta di nostalgia per Milano. Mi ricorda il mio ritorno a Milano e un ragazzo di nome Massimo (non questo Massimo, solo un omonimo) che mi aspettava all’inizio della banchina e mi aveva soprannominata Squaletto, per via del mio lavoro, e io ci ho messo poche settimane a mandare tutto a puttane.
E’ un periodo pieno di ricordi, rimpianti ed emozioni perdute. E io, stavolta, per la prima volta, non aspetto nulla. Né mi sforzo di trovare qualcosa da attendere: non credo che riuscirei a sopportare l’ennesima speranza disattesa.
Forse, per questo, mi sembra che il tempo non passi mai.
Sarà un inverno davvero lungo.

nocturno
dicembre 14, 2010 8:20 pm
eccezionale il cervello part-time.. peggio ancora del cervello co.co.co o co.co.pro.
nocturno
dicembre 15, 2010 8:56 pm
qualche tempo fa hai scritto un posto dal titolo I am the walrus. lo dicono anche i low nella canzone step. http://www.youtube.com/watch?v=tnFNofw6Sgc
enjoy, it’s fucking xmas time!
Julie Kohler
dicembre 15, 2010 10:52 pm
I am the walrus, in realtà, è il titolo di una canzone dei Beatles contenuta nell’album Magical Mystery Tour. In quegli anni, era anche nata la leggenda del P.I.D. (Paul Is Dead) che i Beatles si divertivano ad alimentare. Perciò, nell’album successivo The Beatles (conosciuto anche come White Album) inserirono un verso nella canzone
Savoy TruffleGlass Onion che diceva the walrus was Paul . A quanto pare, il tricheco rappresentava simbolicamente la morte e i fan della band ci videro un riferimento alla leggenda del P.I.D.: appunto, il tricheco era Paul.Mi rendo conto che sono riferimenti comprensibili solo per i nerd beatlesiani come me. Ma, in definitiva, il titolo del mio post sottintendeva una sottile sensazione di morte interiore.
un quarantenne di villorba
dicembre 18, 2010 4:38 pm
ciao, sono arrivato a te tramite krugman e ti leggo molto volentieri.
forse hai confuso i titoli… john dice the walrus was paul in glass onion.
non potrebbe essere savoy truffle, che è di george!
i was the walrus, but now i’m john…
Julie Kohler
dicembre 18, 2010 6:45 pm
hai perfettamente ragione… un imperdonabile lapsus…
seaborgium
dicembre 20, 2010 4:00 pm
Anche il mio ombrello e’ finito in un bidone prima di accompagnarmi fino alla porta di casa.
Gli ombrelli lo fanno, a volte, ti riparano durante una bufera, ma poi arriva una ventata piu’ fredda che li fa rigirare, si accortacciano e arrufano in maniera irreversibile.
Sono come i bambini, quando fanno i capricci e si buttano per terra: non li rialzi nemmeno con le minacce.
Sono come gli amori, certi non sono forti abbastanza.